La democrazia liberale è diventata “ibrida”

La crisi della democrazia liberale, nell’epoca dei sovranismi e dei populismi, è saltata in questi giorni alla ribalta del dibattito internazionale tramite un’intervista rilasciata dall’autocrate russo Putin al “Financial...

La crisi della democrazia liberale, nell’epoca dei sovranismi e dei populismi, è saltata in questi giorni alla ribalta del dibattito internazionale tramite un’intervista rilasciata dall’autocrate russo Putin al “Financial Times” nella quale, l’ex-agente del KGB, ne dichiara la fine a favore delle cosiddette (semplifichiamo per economia del discorso) “democrazie illiberali” del tipo di quella praticata in Ungheria e ipotizzata in Italia, attraverso l’assunzione di un ruolo centrale all’interno del sistema politico da parte della Lega.

Commenta il politologo Yascha Mounk autore di “Il popolo vs. la democrazia” (Feltrinelli) “Il liberalismo inteso come libertà dell’individuo e di scegliere come essere governato va difeso a oltranza. C’è invece una battaglia da fare contro il falso capitalismo mascherato da liberalismo economico che produce ineguaglianza e ingiustizia”.

Sembra quasi di rintracciare, nella replica di Mounk, accenni nell’idea di passaggio dalla “democrazia repubblicana” (dalla Costituzione intesa come punto di non ritorno all’antico stato amministrativo liberale) alla “democrazia progressiva” che fu al centro della proposta della sinistra italiana negli anni difficili del consolidamento democratico post- fascismo.

Esporre le cose in questo modo però finirebbe con il rischiare un eccesso di semplificazione e allora si rende necessario andare meglio nel merito rispetto a ciò che è accaduto nel determinare questa vera e propria crisi della democrazia occidentale.

Siamo entrati, infatti, in una terza fase della democrazia: la prima fase era quella della democrazia dei partiti, capaci di ottenere un consenso di massa intorno alla propria ideologia; la seconda fase è stata quella della “democrazia del pubblico” con i leader che prevalgono sui partiti e il rapporto di fiducia personale tra il Capo e il pubblico della TV generalista scalza le ideologie. La terza fase è quella (definizione di Ilvo Diamanti) “ibrida” realizzata attraverso l’ingresso sulla scena di Internet che ha finito con il miscelare democrazia diretta e democrazia rappresentativa. La semplificazione “tranchant” imposta dall’uso di Internet nel dibattito politico ha poi fatto prevalere la semplicità delle “impressioni diritte” fra le quali la logica della paura, quella che determina nazionalismo e razzismo, ha finito con l’assumere una dimensione addirittura egemonica.

In base all’analisi di questi cambiamenti può prefigurarsi una deformazione della democrazia, nel senso di uno smarrimento dei tratti identitari, pur conservando intatte le forme della democrazia novecentesca configuratesi attraverso il rito elettorale.

Il risultato è quello di uno svuotamento di senso progressivo e di depotenziamento.

Si aprirebbero (anzi si sono già aperti) varchi per avventure autoritarie e per lo strapotere delle lobbie in quadro di tecnocrazia dominante retta attraverso l’idea (fagocitante) dell’uomo solo al comando.

Si verificherebbe, in sostanza, l’affermarsi di tre negative condizioni: quella tecnocratica, quella populista, quella plebiscitaria, riducendo la cittadinanza ad audience passiva del capo carismatico.

Si otterrebbe così il risultato di una sorta di riunificazione tra rappresentanza e governabilità in una sorta di “simbiosi” del potere con l’estinzione dei corpi intermedi tra la società e la politica.

Da dove partire, allora, per modificare questo tipo di pericolosa prospettiva?

Prima di tutto sarà necessario stabilire i punti sui quali attestare una vera e propria “resistenza”partendo dalla diffusione del dibattito culturale sul tema della democrazia.

I soggetti politici residui devono attrezzarsi per riprendere quella funzione pedagogica abbandonata il tempo della trasformazione del partito di  massa.

In secondo luogo va recuperato il concetto pieno di “partito”, quale “parte” che si occupa presentemente dell’interesse di ceti sociali ben precisi e, nello stesso tempo, offre al dibattito collettivo un’idea di una società alternativa, fondata sul recupero dei principi andati smarriti nel percorso tra democrazia del pubblico e democrazia ibrida.

Non si deve avere timore, a questo proposito. di rialzare anche qualche bandiera lasciata cadere nel fango dalla borghesia, purché si abbia saldo l’orizzonte che abbiamo davanti: in questo senso  dovrà verificarsi anche il recupero di un’ideologia che si contrapponga all’ideologia dominante dell’individualismo, del  corporativismo, del governo separato completamente dalle istanza sociali.

Agire in questo modo all’interno della società attuale potrebbe apparire uno sforzo inutile, circondati come siamo da un dominante “pensiero unico”.

Il nostro motto deve essere per davvero “Resistenza” avendo consapevolezza delle grandi difficoltà nelle quali ci troviamo: allora se “Resistenza” deve essere, vale la pena di rimettere assieme una visione del futuro del mondo, una capacità di cogliere l’emergenza delle contraddizioni sociali, la strutturazione di una forma d’intervento politico fondato essenzialmente sulla partecipazione e la militanza.

Da questi punti di principio risaltano poi gli elementi concreti di contrasto alla deriva in atto; il rifiuto della personalizzazione esasperata partendo da una capacità complessiva di governo nell’insieme del delicato sistema dei media; la difesa della centralità del Parlamento; la fondatezza di un pluralismo politico basato sulla capacità di lettura e d’interpretazione della complessità delle fratture sociali: una legge elettorale fondata sulla proporzionale nell’idea del privilegio della rappresentanza sulla governabilità.

FRANCO ASTENGO

2 luglio 2019

foto tratta da Pixabay

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