La crudeltà al potere (e nella società diffusa)

Il Paese si è incattivito. E’ una affermazione che corrisponde alla realtà dei fatti e che ci rimanda però all’origine di questa cattiveria. Da dove nasce? Da dove proviene?...

Il Paese si è incattivito. E’ una affermazione che corrisponde alla realtà dei fatti e che ci rimanda però all’origine di questa cattiveria. Da dove nasce? Da dove proviene?

Sarebbe troppo semplice farla derivare dai toni accesi di alcuni ministri del governo e attribuire loro quello che, sicuramente, bollerebbero come un “merito” piuttosto che provarne vergogna. Sarebbe troppo facile perché l’origine della cattiveria diffusa sta nei tanti pregiudizi che sono stati coltivati abilmente dalle forze di destra (più o meno moderate) in decenni di storia di una Italia berlusconizzata, quindi un Paese dove alla cultura della socialità e della solidarietà, maturata nel dopoguerra, è stata sostituita la cultura tutta liberista di un individualismo senza freni.

L’ultima espressione compiuta di un lavoro di costruzione di un egoismo tutto italiano si manifesta benissimo nell’agghiacciante serie di comportamenti politici che dovrebbero stimolare la convivenza tra i cittadini, italiani o meno che siano, e che invece sono alimentazione continua di contrapposizioni: culturali, razziali, sessiste, persino misogine.

C’è di tutto nel grande calderone del sovranismo italiano: un partito già antimeridionalista e fino a poco tempo fa secessionista, che aveva provato ad intestarsi battaglie persino dal sapore risorgimentale come quella di Cattaneo per il federalismo unitario; un partito che si definisce ancora “movimento” e che, solleticando la rabbia popolare verso le istituzioni degradate e corrotte, ha saputo trasformarsi in forza di governo con pochi balzi; una galassia neofascista e neonazista che plaude al “terzo millennio” magari, per assonanza, al “Terzo Reich” e che si distingue in tante piccole associazioni, partiti, movimenti da nord a sud della penisola, fatta per lo più di giovani generazioni senza una prospettiva di vita concreta.

La cattiveria è di destra, dunque? Indubbiamente lo è. Storicamente lo è. Quando si fa riferimento al fascismo, al nazismo, ai tanti fascismi disseminati per il mondo nel “secolo breve”: ciò a dimostrazione anche del fatto che un movimento “rivoluzionario” come quello fondato da Mussolini poteva diventare fortemente reazionario e conservatore pur atteggiandosi a parole come espressione di una Italia moderna, civile, rigorosa, conscia del suo valore storico, politico e persino sociale.

Quando Mussolini dichiara guerra alle “plutocrazie” il 10 giugno 1940 lo fa citando una “Italia proletaria e fascista per la terza volta in piedi”. L’origine sociale del fascismo ritorna spesso nei discorsi del duce e serve anche, come esercizio politico, a mantenere unito un partito che – non è vizio delle sinistre o delle destre soltanto di oggi – era un grande assemblaggio di tendenze profondamente differenti tra loro.

Basti pensare a quanto diversi fossero gerarchi come il nobile Ciano e un tipo come Farinacci.

Noi pensiamo sovente che soltanto la politica che viviamo nel presente sia viziata da contraddizioni che ci sembrano propriamente “italiche” o di una Italia comunque citata per disprezzo, per significare che solo qui, in questo Paese “possono accadere certe cose“. Un refrain comune, quotidiano, che ci assolve dal pensare, dal riflettere sul perché si vivano certe situazioni che raggiungono livelli di disorganizzazione in un regime burocratico farraginoso, che si producono esacerbazioni così muscolarmente forti da mostrare all’Europa e al mondo un volto di una Italia dove la crudeltà non è soltanto più un fenomeno singolare o comunque limitato a gruppi e ambiti sociali ben individuabili.

La crudeltà è oggi una forma mentis, un modo di pensare la propria vita come minacciata da nemici d’ogni dove e si struttura, diventa brodo di coltura dominante che non riceve opposizione degna di nota né in Parlamento e nemmeno nelle piazze del Paese.

Ha ben ragione Zerocalcare quando afferma che spaventa molto di più l’indifferenza popolare rispetto al comportamento di Salvini. Perché l’indifferenza si va esprimendo in molteplici comportamenti, molto diversi tra loro e provoca una assuefazione composta, ritmata nel tempo di una incessante quotidianità che sembra priva di un passato (che si vuole dimenticare) e orfana di un futuro che si deve costruire e che non promette comunque nulla di buono.

Ma l’indifferenza è soltanto uno dei tiranti che tengono salda la nuova forma espressiva del crudelismo e della crudeltà stessa.

C’è anche chi, dall’alto di esperienze pure libertarie, di padre in figlio, in interviste a grandi giornali nazionali afferma che Salvini non gli fa paura perché “è fan di mio padre. E non penso che vada oltre”.

C’è dunque una soglia di tollerabilità dell’azione di governo fin qui svolta per un democratico, per un comunista, per un libertario? Può esservi questa soglia? Certamente che può esistere, visto che milioni di persone che prima votavano a sinistra si sono dirette un anno fa alle urne e hanno messo la croce sui simboli di due forze di destra.

C’è non soltanto una soglia di tollerabilità che fa dire a molti: “Vediamo cosa combinano e poi giudicheremo”; c’è molto di più: si tratta per l’appunto di un credito aperto, di una cambiale in bianco, di una concessione di fiducia che non poggia su alcuna visione della società e che è arrivata alle soglie del patto di governo tra M5S e Lega soltanto per contrarietà rispetto ai tentativi di migliorare il Paese fatti esprimendo il consenso per forze che hanno ingannato larghissima parte della popolazione proprio nell’aspettativa di una crescita delle garanzie sociali.

Soltanto in questi giorni il governo giallo-verde inizia a fare politica, ad affrontare contraddizioni interne che sono frutto di una spasmodica agitazione da campagna elettorale e che innalzano i valori di crudelismo da un lato e di ridefinizione del posizionamento pseudo-ideologico dei Cinquestelle: mostrarsi un po’ più umani di altri può far sembrare che il movimento sia tornato su vecchi assi di equilibrio timidamente accostabili a valori di sinistra. Uguaglianza, pace, giustizia sociale, libertà civili. E’ un programma impossibile da realizzare sulla base del contratto di governo e, soprattutto, sulla base dell’avvio dell’offensiva elettorale in costante crescendo.

Svolte a sinistra o meno, la crudeltà rimane come espressione della rabbia popolare, di un ampio dilagare di un analfabetismo anticivico che gran parte della popolazione vive senza troppa difficoltà e nemmeno vergogna. I giudizi politici sono pregiudizi, sia in negativo sia in positivo, e la trasmissione dei valori costituzionali, di semplice umanità spetta a forze politiche, sindacali e organizzazioni della vecchia sinistra e del partigianesimo che, paradossalmente, vorrebbero ampliare la conoscenza della Legge fondamentale dello Stato, dell’ordinamento della Repubblica e che sono in minoranza proprio nel Paese che dovrebbe essere governato mediante quella Costituzione.

Forse la Costituzione non è ancora “in minoranza” nel Paese: un sussulto di dignità, di civismo e di scostamento da un neonazismo mascherato da sovranismo moderno ogni tanto plasma le coscienze rimaste ad un popolo che sembra sempre più lontano dalla voglia di partecipazione alla vita sociale e politica italiana.

Se così è, allora è ancora possibile recuperare proprio al Paese una sinistra degna di questo nome, che rappresenti l’esatto opposto tanto delle forze di governo quanto del PD e delle forze che ancora sognano un centrosinistra da contrapporre ad una piazza della politica dove il centrodestra è inesistente.

Va preso atto di questo: la crudeltà, l’odio, i pregiudizi sono tutti figli di nuove contrapposizioni politiche: sovranisti contro democratici, contro liberali, contro anticapitalisti, contro libertari. L’alternanza è finita, perché gli schemi delle vecchie maggioranze hanno ceduto il passo a compromessi di governo fatti da forze interclassiste che si piccano di rappresentare gli strati più deboli della popolazione (e li rappresentano pure…) e forze sovraniste che rappresentano invece gli interessi del ricco Nord, del ricchissimo Nord-Est.

L’alleanza regge. E’ un patto di potere saldo, benedetto anche dalla borghesia (una buona parte di essa) oltre che da quel sempre inconsapevole proletariato moderno che pensa, si illude anche questa volta di aver dato sostegno a forze rivoluzionarie che si dimostreranno essere “reazionarie”.

Parole vecchie, desuete; ferri vecchi del mestiere di un marxista che non si rassegna ad altre definizioni perché, nonostante tutto, quelle del Moro interpretano ancora bene i movimenti economici e politici che si legano e si spartiscono i poteri nelle nazioni.

La fantasia al potere” si gridava un tempo e lo si scriveva sui muri. Oggi è “la crudeltà al potere”. Ma non si può gridarlo. Nemmeno scriverlo sui muri. Ciò che c’è non è più sogno, non ha bisogno della romantica pittura su un muro che richiami gli altri a sognare insieme, ad agitarsi e muoversi per cambiare il mondo.

La crudeltà non è un sogno, è realtà di ogni giorno: dai dialoghi da bar e autobus alle più belle sale delle istituzioni di questa nostra povera Repubblica.

MARCO SFERINI

11 gennaio 2019

foto tratta da Pixabay

categorie
Marco Sferini
3 Osservazioni
  • Bacca
    11 Gennaio 2019 at 18:33
    lascia un commento

    «La cattiveria è di destra, dunque? Indubbiamente lo è. Storicamente lo è».

    Nei gulag della gloriosa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (quel paradiso in terra in cui l’unico partito era il partito comunista) si praticava la bontà! La Stasi della Repubblica Democratica Tedesca (un’altra meravigliosa repubblica socialista, ovviamente al guinzaglio di Mosca) ha vinto per dieci anni di fila il premio Nobel per la pace!

    • Marco Sferini
      12 Gennaio 2019 at 13:31
      lascia un commento

      Ho l’impressione che tu non abbia volutamente non compreso praticamente nulla circa l’impostazione libertaria tanto della mia cultura quanto di questo sito che riporta anche altri autori che sono comunisti ma che non rivestono le sembianza di stereotipi che tu citi come li citerebbe un Sallusti, un Belpietro, uno Sgarbi o un Feltri.
      Le provocazioni sono anche simpatiche. A volte.
      Non ti abbassare però alla incultura dello stereotipo e cerca di farti una ragione che i comunisti, se vogliono essere veramente tali, devono essere libertari e quindi sono l’esatto opposto di ciò che tu descrivi.
      Sai perché la cattiveria è di destra (almeno della destra fascista)? Perché si fonda su recinti, privilegi, prevaricazioni, imposizioni, ordine, disciplina, comando, direzione. Non lascia spazio a nessuna espressione di libertà umana. Non lascia spazio proprio all’umanità. La comprime e la deprime in angusti spazi dove è consentito soltanto vivere dei potenti pensieri muscolari di altri; dove la critica non è ammessa.
      Proprio come nei regimi del socialismo reale. La destra può anche avere volti di presunta sinistra, di presunto comunismo, di presunzioni in tal senso su vasta scala…
      L’onestà intellettuale si fonda su quella morale. Non le mortificare entrambe.
      Un caro saluto e grazie per la tua attenzione.

      Marco

      • Bacca
        14 Gennaio 2019 at 13:45
        lascia un commento

        Be’, io mi ero limitato a contestare l’affermazione – apodittica nella forma e puerile nella sostanza – che attribuisce l’appannaggio esclusivo della «cattiveria» (categoria un po’ naïf, ma pazienza…) alla destra. Un’affermazione talmente campata in aria da rendere superflua, in teoria, una contestazione. Se non che, dall’altra parte, si è ostinatamente restii ad ammettere la realtà dei fatti.

        Questa riluttanza si esprime in varie forme. In primis, l’omissione. Anche qui sopra, quando si parla delle manifestazioni della «cattiveria» nel «secolo breve», queste vengono circoscritte «al fascismo, al nazismo, ai tanti fascismi disseminati per il mondo»: per carità, ci si guardi bene dal fare esplicita menzione del regime instaurato nella gloriosa patria del bolscevismo! È una svista troppo ricorrente per essere casuale, e lascia trapelare un certo imbarazzo. Ma per il trinariciuto il mandato non cambia: negare sempre, anche di fronte all’evidenza.
        Del resto, «credo quia absurdum» è una formula trasvolata con successo dall’angusta gabbia dell’oscurantismo religioso ai cieli liberi e luminosi del comunismo. Così, mentre le nefandezze della destra sono presentate come la prova provata dell’esecrabilità di quella dottrina politica, quelle della sinistra sono sistematicamente derubricate a episodi marginali che non incidono sulla validità dell’Idea. E quando ci si imbatte in una cosa “cattiva” che si ritrova sia a destra sia a sinistra, ecco che il buon comunista ha la ghiotta occasione di dispiegare il suo talento di cavillatore infaticabile, di polemista logorroico, affinato in anni e anni di estenuanti assemblee, comitati, direttivi e dibattiti onfaloscopici; e dopo analisi, controanalisi, approfondimenti, contestualizzazioni e distinguo vari, viene fuori, ad esempio, che l’odio – chiaro sintomo dell’incultura destrorsa – si deve condannare “senza se e senza ma” (secondo la stucchevole espressione tanto cara alla sinistra), ma quando si tratta di “odio di classe”* la musica cambia, tornano sia il “se” sia il “ma”, e insomma il fascista che odia è un porco mentre il comunista che odia è un uomo probo. Perché coloro che hanno accolto il Verbo marxista si sono transustanziati in «un’altra umanità» e, come gli pneumatici (dello gnosticismo, non del gommista), sono nel giusto a prescindere.

        Finora abbiamo visto due delle tre regole d’oro che il buon comunista deve tenere a mente per impedire che all’immagine immacolata della sinistra si possa imputare la macchia della “cattiveria”, ovvero: 1) tralascia di parlare delle storture della sinistra; 2) se non puoi tralasciarle, minimizzale e cerca di farle passare per cose radicalmente diverse dalle storture della destra; 3) se non ci riesci, ascrivile alla destra “tout court”. Resta da affrontare la terza, forse la più tragica nella sua grottesca goffaggine.
        A volte la soperchieria è troppo grossa per essere taciuta o ridimensionata, e allora la contromossa del crociato comunista attinge il sublime del ridicolo: non già di sinistra verace si trattava, ma «di presunta sinistra, di presunto comunismo»: in una parola, di criptodestra! E così, una dopo l’altra, tutte le forme storicamente realizzate di “società socialista” sono passate dall’albo d’oro della sinistra (dove comunque hanno goduto, nei troppi anni della loro fortuna, di una pressoché unanime stima da parte di quei partiti comunisti che non potevano sperimentare in prima persona il piacere proibito del potere nei propri paesi, Italia compresa) al libro nero dei “fascismi”: era dunque fascismo quello dell’Unione Sovietica (quella di Lenin, di Stalin – «un gigante del pensiero, un gigante dell’azione», nelle ispirate parole di Togliatti – , quella dove l’unico partito era quello comunista, ma sono dettagli), fascismo quello degli stati satelliti del Patto di Varsavia (tutti controllati da partiti comunisti “apostoli” del messia moscovita); di Cina e Corea del Nord non parliamone nemmeno… Caspita, chi l’avrebbe mai detto: il fascismo ha prosperato molto di più sotto la falce e il martello che sotto le insegne littorie! « [L]a cattiveria è di destra […] [p]erché si fonda su recinti, privilegi, prevaricazioni, imposizioni, ordine, disciplina, comando, direzione. Non lascia spazio a nessuna espressione di libertà umana», e proprio l’assenza di libertà, perfino quella di rinunciare al proprio paese per andare a cercare altrove una diversa condizione di vita, era la prerogativa di tanti di quegli stati socialisti: il fascismo originale almeno quel diritto te lo lasciava! Ma «la cattiveria è di destra», «indubbiamente», «storicamente». E allora, se nella storia l’alternativa è tra destra e sinistra, tagliamo la testa al toro e diciamo che non solo la cattiveria, ma la storia stessa è di destra, perché pare proprio che, nel momento in cui dall’iperuranio speculativo scende sullo scabro terreno della storia, il puro angelo del comunismo abbia una spiccata tendenza a trasformarsi nel sulfureo diavolo del fascismo. Un fascismo talmente pervasivo da non lasciare spazio ad altro. E così risulta che i carri armati sovietici che nel ’56 marciavano su Budapest per ordine del comunista Chruščëv erano in realtà fascisti, e andavano a reprimere un’insurrezione che a sua volta, nel giudizio ufficiale dei dirigenti comunisti sparsi nel mondo (Italia compresa), era fascista, pur essendo appoggiata dai comunisti ungheresi. Buffo, no? Ovviamente, nell’uno e nell’altro caso, si tratta di una banalizzazione del termine “fascista”, usato come mero insulto; banalizzazione tuttavia funzionale a preservare il niveo candore dell’altra parola: “comunista”.

        E, con quest’ultimo espediente, la salvezza della sinistra dallo stigma della «cattiveria» è assicurata. Basta postulare che il comunismo sia il Bene e se ne dedurrà che, non appena si manifesterà una forma di cattiveria, non si tratterà più di comunismo, ma di destra. Assomiglia molto all’argomento usato dagli epicurei per liberare gli uomini dal timore della morte: quando ci siamo noi, non c’è lei; quando c’è lei, non ci siamo noi. Tuttavia, chissà perché, gli uomini continuano a temere la morte. La realtà non si cambia con una bacchetta magica e, piaccia o non piaccia (e da queste parti, evidentemente, non piace), quelli sopra citati erano esempi di socialismo reale, come hai detto anche tu: socialismo reale nel mondo reale. Poi c’è quello di Topolinia. A nulla vale protestare che «non è il nostro comunismo», a maggior ragione quando si guardano i “realistici” obbiettivi che gli autori «d’impostazione libertaria» di queste pagine si prefiggono: la « società priva di base e vertice», l’«estinzione dello stato», la «fine dell’economia». Tanto varrebbe perseguire, come progetto politico, la monarchia assoluta, sulla base del “fatto” che nella Terra di Mezzo gli Elfi vanno d’amore e d’accordo con quel sistema.

        * Ho già letto quello che avete pubblicato su Sanguineti e l’odio di classe: già la prima volta è stata un’esperienza penosa assistere a quell’arrampicata sugli specchi, perciò ti prego di non rinviarmi a quell’articolo.

    lascia un commento

    *

    *

    Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.









    altri articoli