La crisi necessaria al nuovo processo autoritario

“Chiedo agli italiani di darmi pieni poteri“. “Chi sceglie “Salvini” sa cosa sceglie“. Appunto. Il sapore è quello amaro di un declino della democrazia: si respira affannosamente in questo...
Matteo Salvini in una delle sue tante dirette su Facebook

Chiedo agli italiani di darmi pieni poteri“. “Chi sceglie “Salvini” sa cosa sceglie“. Appunto.

Il sapore è quello amaro di un declino della democrazia: si respira affannosamente in questo agosto in cui il governo va in crisi perché al ministro dell’Interno sia permesso di fare il Presidente del Consiglio e avere “pieni poteri”.

Il sapore è quello di una Weimar tutta italiana. Ci auguriamo di ingannarci, di sbagliarci, di esagerare.

In mezzo a queste inquietudini, l’affermazione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte suona un po’ retorica: “Salvini venga in Parlamento a spiegare perché vuole la crisi.”. In realtà il ministro dell’Interno non contempla la crisi di governo come elemento di insoddisfazione verso un esecutivo che sta facendo praticamente tutto ciò che lui stesso e la Lega chiedono.

Salvini ha bisogno di una crisi del governo per chiudere la stagione della capitalizzazione del consenso più a destra e sovranista del suo partito mediante la patetica e inquietante formula del “dissenso continuo” con il Movimento 5 Stelle, arrivando così ad una stabilizzazione politica, sociale ed istituzionale tanto della Lega quanto di ciò che da tempo sta scritto nel simbolo con Alberto da Giussano, sotto i suoi piedi: “Salvini premier“.

Il punto di arrivo, ed al contempo di inizio, della stagione che ancora dobbiamo metabolizzare, comprendere e discernere, è la sostituzione di Conte con Salvini su mandato popolare, mediante un voto che avrà necessariamente i tratti di una sorta di mini-plebiscito sulla persona del ministro dell’Interno in un centrodestra a trazione leghista, con un partito di estrema destra (Fratelli d’Italia) prontissimo a sostenere l’ipotesi di un esecutivo ancora più reazionario del presente e limitatore delle libertà civili e sociali e con un’eredità totiana di Forza Italia anch’essa pressata tutta sulla figura del nuovo conducator nazional-popolare.

Salvini sceglie il periodo delle ferie per lanciare un nuovo messaggio al Paese: la Lega lavora ed è pronta a lavorare anche quanto tutti vanno in vacanza. Lo dice con estrema chiarezza per poter esercitare al meglio l’arte seduttiva che viene fuori dall’ennesima operazione di “abbassamento” di sé stesso al “livello del popolo“.

Solo lui è colui che è disposto a riprendere i lavori parlamentari immediatamente dopo Ferragosto, perché tanti italiani lavorano e quindi è logico che anche il Parlamento non chiuda per la pausa estiva ma si prepari a sciogliersi, a mettere la parola “fine” ad un’esperienza che, se attraversasse il tempo della manovra economica e finanziaria, rischierebbe di logorare proprio l’ascesa del leghismo sovranista, fermando il processo di produzione di un egoismo nazionalista e identitario che ora può trovare il suo sfogo, la sua naturale conclusione nella chiamata al voto, nella finzione di lasciar decidere alle masse ciò che è già stabilito.

In realtà Salvini presume molto, ma ne ha ben donde perché in un colpo solo mette all’angolo i grillini e Giuseppe Conte come sempre più improbabile mediatore tra le due forze di governo.

Tutto viene fatto rendendo già ora protagonista la sola Lega dentro un centrodestra che non può che seguire le orme di questo capo nazionale che emerge dalle ceneri di un particolarismo secessionista abbandonato dopo che era finita la spinta propulsiva del legame tra interessi localistici in una Italia sempre più confinata ai margini di una economia europea dove primeggiano teutonici, francesi e inglesi con direttrici di sviluppo asiatiche per i primi e africane per i secondi e terzi.

Il contesto in cui tutto ciò si sviluppa e muta velocemente, in questa “vampa d’agosto“, è terribilmente trascurabile: pare quasi che tutto dipenda dalle parole di un leader soltanto e che invece si possano tralasciare i passaggi parlamentari e istituzionali previsti dalla Costituzione che rimane davvero pesantemente in retroguardia, in secondo piano.

Certo, Salvini si dice pronto a intervenire alle Camere per spiegare questa evoluzione estiva della crisi di governo ventilata già da settimane: una accelerazione importante, che scombina l’agone politico italiano e che allarma tanto le forze di maggioranza quanto quelle di opposizione.

Nessuno, in fondo, è davvero preparato al voto: soltanto la Lega e Fratelli d’Italia (quindi la parte più a destra e reazionaria delle forze parlamentari attualmente tali) sono certi di mietere successi da un ottobre non rivoluzionario ma regressivo, in questo caso, per il Paese.

Dal PD a La Sinistra, da Forza Italia al Movimento 5 Stelle, l’incertezza regna sovrana perché la macchina del posizionamento degli interessi economici in vista del voto è tutta in movimento e nessuno può dire come si orienterà il fronte padronale, in quanti tronconi si dividerà il consenso dei grandi gruppi economici, chi si schiererà con le nuove o le vecchie destre, con il PD, con il sempre più smunto grillismo che prova a rilanciare sul “fare” e sul “fatto“, ma che alla fine resta in una spaventevole dimensione dove l’ombra dell’estinzione si fa sempre più vicina mentre la Lega si accredita come motore politico della prossima legislatura.

In termini di garanzie, di rispetto della Costituzione, dei suoi valori e dei diritti sociali e civili, non c’è alcun dubbio che si sia davanti ad un grande rischio di arretramento progressivo fatto di più o meno consapevole accettazione delle limitazioni delle libertà di espressione, pensiero e manifestazione in nome della “sicurezza” dei cittadini.

Un vecchio arnese politico tipico delle destre fasciste e di ogni autoritarismo che si sia anche definito altrimenti ma che ha, nei fatti, praticato il superamento della democrazia liberale con una centralizzazione dei poteri a vantaggio del governo e uno squilibrio tra gli altri organi di funzionamento della Repubblica, di gestione dello Stato.

Conte si richiama alla “chiarezza”. Dal suo punto di vista è ragionevole. Ma tutto è molto, fin troppo chiaro. Lo sarebbe e lo dovrebbe essere per tutti. Ma invece non è e non sarà così.

Sono poche le ancore di salvezza per l’Italia della Repubblica democratica e della Costituzione: eppure, nonostante lo spettacolo da uomo solo sulla scena che il ministro dell’Interno continuerà a dare, esiste la possibilità di mettere in pratica una reazione civile, civica, moralmente legata ai princìpi più inviolabili della nazione.

Fare fronte nelle diversità che devono rimanere per mantenere plurale l’ambito politico e sociale.

Fare fronte riproponendo la formula dell'”autonomia e dell’unità“. Non alleanze impossibili e dialoghi tra sordi, bensì un chiaro intendimento su pochi concetti concreti, su poche linee difensive ma strategiche per impedire che l’Italia diventi il “paese di Salvini“.

Fare fronte ovunque possibile per mantenere l’esistenza delle forze antifasciste, della sinistra, comuniste e di qualunque altra tendenza progressista, per rilanciare la resistenza moderna contro chi vorrebbe barattare diritti con altri diritti, mettere in contraddizione libertà civili e sicurezza nel nome del “benessere popolare“.

Va aperto un tavolo di confronto su tutto questo e va fatto in tempi brevi. Perché ormai molto tempo per difendere la democrazia rappresentativa e formale insieme a quella sostanziale, quindi sociale, del mondo del lavoro e del non lavoro, non ne esiste più tanto.

Su una cosa ha ragione Salvini: non facciamoci distrarre dalle vacanze. Lui, come potete vedere, non lo fa.

MARCO SFERINI

9 agosto 2019

foto: screenshot

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