La brutalità della fine dell’orizzonte felice del capitale

La globalizzazione, portando a compimento definitivo l’espansione del capitalismo, ha chiuso un ciclo storico iniziato nel XVIII secolo con l’illuminismo: il ciclo della politica moderna intesa come partecipazione consapevole...

La globalizzazione, portando a compimento definitivo l’espansione del capitalismo, ha chiuso un ciclo storico iniziato nel XVIII secolo con l’illuminismo: il ciclo della politica moderna intesa come partecipazione consapevole di tutti gli esseri umani, considerati liberi ed eguali, alla vita collettiva.

Peraltro, è evidente, almeno da Marx in poi, come il liberalismo, il quale sanciva l’eguaglianza civile degli umani ma non quella sociale, recasse in sé la contraddizione fondamentale fra libertà ed eguaglianza, contraddizione che solo la teorizzazione giacobina della fraternità intesa come solidarietà necessaria affinché si possa essere liberi ed eguali, venne affrontata prima dello sviluppo dei socialismi. In questo senso, dunque, solo un’evoluzione socialista del vecchio liberalismo avrebbe potuto -e potrebbe-  impedire ad esso di rivoltare i propri paradigmi di libertà (per quanto teorica) nel liberismo che, in quanto dominio delle classi dominanti attraverso una presunta razionalità economica dal retrogusto socialdarwiniano, diviene totalitarismo cieco persino di fronte ad una crisi ecologica che non farà prigionieri.

In un simile quadro, lo sviluppo dei media di massa, a partire dal Novecento, come strumento di nazionalizzazione delle masse prima e di dominio biopolitico e psicopolitico poi, non ha fatto che inaugurare l’età della riproducibilità tecnica del controllo sociale, facendo sì che le tecnologie, da strumento potenzialmente liberatorio (la tecnologia non è mai neutra, ma è espressione concreta dei rapporti di classe), divenissero strumento di formazione, controllo e manipolazione delle masse e oggi, nel tempo in cui alle folle oceaniche il sistema ha sostituito le piazze vuote di De Chirico, del dominio degli individui isolati come monadi di fronte ai loro schermi, protesi di corpi resi docili e inerti.

“Non esiste la società, esiste l’individuo”, diceva la Thatcher formulando un paralogismo che, lungi dall’essere un’analisi, era un manifesto della nuova distopia neoliberale che all’alba degli anni Ottanta la rivoluzione informatica, la ristrutturazione postfordista del capitalismo e le sconfitte del movimento operaio rendevano praticabile, dopo che, nei “trenta gloriosi”, l’avanzata economica, sociale e culturale delle masse, certamente funzionale ai processi di espansione del capitalismo ma potenzialmente eversiva (come acutamente intuirono i teorici reazionari della Trilateral), rischiava di mettere in discussione il sistema capitalistico.

Oggi, dopo che il neoliberismo ha abbandonato anche l’ultima narrazione consolatoria, quella della “new economy” che, grazie allo “sgocciolamento” dei profitti, avrebbe potuto garantire benessere per tutti, nessun orizzonte di emancipazione viene veicolato, neppure strumentalmente, dalle classi dominanti: sono possibili solo l’eterno presente, l’adattamento, la competitività brutale, la mors tua vita mea che diviene mors omnium, l’isolamento e la condanna a guardare i ricchi come nuovi dèi, prostrandosi di fronte alla loro figura in una nuova versione della proscinesi dei funzionari persiani di fronte ad Alessandro Magno.

E’ evidente come tali narrazioni, veicolate dai media contemporanei, pur avendo il pregio della demistificazione, hanno però in sé un altissimo contenuto tossico, dal momento che attraverso di esse si inibisce l’idea stessa dell’alternativa e dell’emancipazione, così da creare individui paranoici che rivoltano le utopie positive in sindrome da accerchiamento, in odio per il diverso ed in conseguente disponibilità all’obbedienza entro una sintesi reazionaria che distrugge la democrazia nella misura in cui ne usa gli strumenti per inocularsi nelle masse ( la storia dell’ascesa del nazismo, in questo senso, è un esempio sempre valido).

Pensare di combattere contro un contesto simile con le armi della politica tradizionale, con i partiti, con le iniziative di lotta, con i presìdi, con la militanza, è, purtroppo, un grave errore, dal momento che, così facendo, si sottovalutano clamorosamente i rapporti di forza e di egemonia che la già citata globalizzazione capitalistica ha determinato: è inutile parlare con persone che non capiscono più il linguaggio della politica, ragionare con individui spaventati e paranoici, pensare che il neoliberismo conceda ancora spazi e/o diritti di tribuna per forze radicali che vengono scientemente espulse dai media (il caso italiano  di Rifondazione comunista, letteralmente oscurata a per anni dai media, è, in questo senso, esemplare e da studiare, a prescindere dall’opinione che si possa avere su quel partito).

L’unico risultato che la militanza politica tradizionale porta ai militanti è quello di distruggere le organizzazioni poiché la frustrazione per la discrepanza fra le mobilitazioni e i risultati porta inevitabilmente ad un isolamento che, ben presto, attraverso dinamiche paranoiche, diviene  faida interna, processo politico reciproco e delegittimazione,così da distruggere le organizzazioni stesse, ormai trasformate in macchine scarburate che sfornano iniziative nelle quali, al massimo, partecipa qualche decina di persone, militanti e simpatizzanti che si raccontano da anni le stesse storie, mentre fuori il mondo disperato e disperante di centri commerciali, xenofobia, isolamento, droghe e alcool, abbonamenti a televisioni private e connessioni perenni a reti (a)sociali, procede inconsapevolmente verso un abisso culturale, politico ed ecologico senza precedenti nella storia, data la dimensione planetaria del fenomeno.

Prendere dunque atto che la politica, così come la conoscevamo negli ultimi due secoli, è finita è il primo passo per pensare di costruire un nuovo percorso di liberazione umana che, senza ripudiare i percorsi sin qui fatti, prosegua adeguando il passo e lo sguardo alle strade che incontra e agli orizzonti in cui si imbatte.

ENNIO CIRNIGLIARO

redazionale

9 marzo 2016

foto tratta da Pixabay

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