La banalità del male in un titolo di giornale

Nell’ultimo giorno di un anno che ha segnato un ulteriore, drammatico, passo in avanti nel cammino di involuzione dei diritti che caratterizza il Pianeta negli ultimi otto anni, da...

Nell’ultimo giorno di un anno che ha segnato un ulteriore, drammatico, passo in avanti nel cammino di involuzione dei diritti che caratterizza il Pianeta negli ultimi otto anni, da quando la crisi globale si è disvelata come precipitato regressivo di un trentennio di controrivoluzione neoliberale, sancire l’indegna chiusura di un indegno tempo, mi ha dato i brividi leggere la prima pagina di un quotidiano genovese: “Migranti irregolari, stretta del Viminale”, stava scritto al centro, in bella mostra. Al disotto, il solito Toti (non quello della Grande guerra, ma il Presidente della Regione Liguria, sempre in prima fila sulla questione migranti, tanto da contendere il campo ai suoi alleati leghisti) invoca la costruzione di un Cie anche in Liguria.

In poche righe che non costituiscono neppure una frase, ma solo un sintagma, non avendo alcun verbo ad esprimere l’orrorifica azione che retrostà al linguaggio giornalistico-burocratico, di parte in quanto apparentemente sterile e neutro, si è mostrata davanti ai miei occhi, mai abituati a certa sinistra luce, la banalità del male.

Come se una persona, costretta a fuggire dalla dittatura eritrea, dalla Nigeria in mano alle milizie di Boko Haram, dalle città siriane rase al suolo, dall’Afghanistan delle mafie tribali al servizio degli inconfessabili interessi del capitale, prima di partire, potesse passare dall’ufficio passaporti della sua città per ottenere i documenti necessari al fine di non essere ritenuta “irregolare” una volta giunta, via terra o via mare, nel nostro Paese.

Tale evidenza è così macroscopica, così terribilmente ovvia e palese che solo una mente oscurata e alienata non è in grado o non vuole percepirla, in quanto trauma da rimuovere, perché altrimenti la falsa coscienza del cosiddetto Occidente subirebbe scossoni tali da metterne in discussione le fondamenta, e con esse l’intera struttura ideologica a supporto dell’ordinamento economico di cui è espressione.

Prendere coscienza dei “danni collaterali” determinati da decenni di sfruttamento economico e di guerre globali a garanzia del crescente divario economico planetario è un rischio che le classi dominanti non possono permettersi, ed esse ne sono perfettamente consapevoli quando, come avviene in ogni fase di transizione economica, le contraddizioni determinate dalla struttura classista della società e dalla sua ristrutturazione, generano l’ entropia dell’espulsione di larghi settori di masse popolari dal consorzio sociale.

Così era stato agli albori del capitalismo, quando lo sviluppo delle industrie aveva trasformato i contadini in salariati, mandando in soffitta e in rovina le produzioni artigianali; così era stato altresì a metà Novecento, quando la definitiva taylorizzazione dei processi produttivi aveva determinato l’espulsione delle vecchie manodopere operaie specializzate, sostituite da quello che allora fu definito l’operaio massa; così era stato con la crisi del fordismo negli anni Ottanta, con conseguente trasformazione della fabbrica e successivi processi di delocalizzazione determinati dall’inedito sviluppo delle tecnologie informatiche e dalla modernizzazione dei sistemi di trasporto, entrambe premesse di quella finanziarizzazione dell’economia che sta alla base della crisi ecologica ed economica attuale.

Orbene, oggi, esattamente come nel passato, le classi dominanti rispolverano l’antico, e purtroppo mai logoro, copione del capro espiatorio su cui indirizzare un malcontento sociale che, altrimenti, potrebbe trasformarsi in pericolosa presa di coscienza e, per ottenere questo, inoculano nella società, nel frattempo culturalmente degradata e opportunamente deprivata degli strumenti culturali, unico efficace anticorpo contro la paranoia, il virus della xenofobia d’accatto, da bar, di pancia, di “non sono razzista ma”, così semplice da portare avanti, così conveniente ed utile nel creare piccole patrie di quartiere, da comitato contro i profughi o contro il cosiddetto degrado, da delirio a mezzo rete sociale.

Per giungere a tale abominio, le classi dominanti (che hanno un nome e un cognome: la filiera che parte dai grandi fondi d’investimento, alle banche, alle multinazionali, a scendere giù sino alla criminalità organizzata, ai grandi imprenditori nazionali, alla media impresa, alle classi politiche nazionali e locali, sino alle burocrazie economiche e mediacratiche in quanto supporto ideologico) si servono di una sterilizzazione preventiva di ogni senso di empatia verso il prossimo, ridotto a statistica o a trafiletto, la quale, isolando la società, ormai trasformata in un insieme di monadi arrabbiate,spaventate e compulsivamente dedite all’onanismo delle reti sociali e dei loro messaggi semplicistici, fa di ogni individuo un ingranaggio manovrato e manipolato, perennemente deprivato, spaventato e ricattabile, buono per ogni tipo di fascismo, e dunque utile idiota (in senso etimologico, ossia di privato contrapposto ad essere sociale) del sistema.

In questo gioco al massacro funzionale ai profitti di una minoranza che sta devastando ecologicamente, culturalmente ed economicamente il Pianeta, la filiera dello sfruttamento decreta chi sono i sommersi e chi i salvati, i quali inconsapevolmente vengono via via sommersi nella misura in cui tentano di sommergere ulteriormente chi sta loro sotto: il salariato che attacca il disoccupato, il quale compulsivamente sulle reti sociali attacca a sua volta gli ultimi, i dannati della terra cui, come il dimenticato piccolo Aylan, è negato persino l’elementare diritto alla vita, mentre la “gente normale”, quella delle chiacchiere da bar, delle reti sociali, dei comitati contro i profughi, plaude alle misure restrittive che, in concreto, hanno determinato cinquemila morti in mare nel solo 2016, come se l’Unione europea volesse fare a gara con Daesh per numero di morti e per efferatezze compiute.

Aveva ragione Primo Levi: ciascuno è l’ebreo di qualcun altro. Ma la gente normale si ricorda di Primo Levi?

ENNIO CIRNIGLIARO

3 gennaio 2017

foto tratta da Pixabay

categorie
MigrantiPregiudizi e razzismo





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