Jeremy Corbyn perde pezzi, sette deputati lasciano il Labour

Gran Bretagna. Antisemitismo e atteggiamento equivoco sulla Brexit le ragioni ufficiali. I fuoriusciti non fonderanno un nuovo partito, ma la resa dei conti tra l’ala moderata e l’onda neo-socialista è solo rimandata

Puntuale ma non troppo – nell’aria da tempo, era solo questione capire quando – un piccolo contingente di deputati centristi si è staccato dal Labour di Jeremy Corbyn. Si tratta di sette backbenchers, deputati senza incarico: Chuka Umunna, Luciana Berger, Mike Gapes, Angela Smith, Gavin Shuker, Chris Leslie e Ann Coffey. I primi due sono gli unici ad aver un certo profilo: Berger per aver ripetutamente accusato il partito e la leadership di avallare correnti di antisemitismo nemmeno troppo carsiche, Umunna, ex-giovane promessa della corrente blairiana del partito era, fino all’avvento di Corbyn, papabile per la leadership.

Le ragioni ufficiali sono naturalmente detto problema dell’antisemitismo e l’atteggiamento ondivago su Brexit della direzione, soprattutto la riluttanza di Corbyn ad abbracciare appieno la causa di un secondo referendum, posizione quest’ultima che trova molti consensi sia nella base che nel gruppo parlamentare laburista.

I fuorusciti si identificano come “indipendenti” – The independent group – e per ora non hanno annunciato nessun intento concreto di fondare una nuova formazione centrista. Ma la mossa potrebbe essere intesa anche in funzione preventiva, dal momento che la resa dei conti all’interno del partito fra l’ala moderata e l’onda neo-socialista che ha sospinto Corbyn al vertice è solo rimandata. L’eccezionalità fattasi routine che caratterizza la politica nazionale in epoca di Brexit aveva infatti sinora prevenuto sia il concretizzarsi di analoghe intenzioni secessioniste, sia la minaccia di deselezione con cui la base del partito voleva punire i centristi, che già una volta avevano cercato di far fuori il leader in un “golpe” fallito miseramente nel 2016.

In un sistema a uninominale secco come quello inglese non c’è spazio per formazioni terze, come sanno bene i liberal-democratici, i cui deputati sono ridotti a poco più di una decina. E già negli anni Ottanta un gruppo di moderati aveva tentato la fallimentare avventura del Sdp (social Democratic Party) abbracciando aspetti del vandalismo sociale di Margaret Thatcher nel nome di quella “modernizzazione” del partito che solo Blair avrebbe portato a termine quindici anni dopo. Il risultato fu l’infezione dell’individualismo thatcheriano che avrebbe caratterizzato la politica europea, sradicando per sempre la socialdemocrazia dalle proprie fondamenta ideologiche.

Difficile predire l’impatto di questa alzata d’ingegno, anche se per ora non si vede l’accorrere in massa di molti altri deputati. La fronda potrebbe inoltre rafforzare il vincolo della base del partito attorno alla leadership corbyniana, proprio ora che il leader laburista è in aperta trattativa personale con la controparte europea mentre Theresa May è chiusa in un vicolo cieco assieme a un accordo per l’uscita dall’Ue che nessuno vuole.

Impossibile poi non notare, con il ministro ombra delle finanze e sodale di Corbyn John McDonnell, come i transfughi debbano il proprio seggio proprio a questa leadership, che nel 2017 aveva tramutato una sconfitta certa – la ragione per cui May allora convocò elezioni anticipate era proprio la certezza di sgominare il Labour una volta per tutte – in un importante avanzamento del partito. «Hanno la responsabilità di dimettersi e di ricandidarsi in delle suppletive» ha commentato McDonnell, mentre Corbyn si è detto a sua volta «dispiaciuto» per l’annuncio.

LEONARDO CLAUSI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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