Don Camillo. In una fetta di terra grassa e piatta

Il prete, il Sindaco comunista e quell'Oscar mancato per intervento della CIA

Nel 2008, in occasione delle Giornate degli Autori ospitate all’interno della Mostra del cinema di Venezia, critici e storici cinematografici stilarono l’elenco dei 100 film italiani da salvare o più correttamente l’elenco delle “100 pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese tra il 1942 e il 1978”.

In questo ricca lista figurano, tra gli altri, Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948) e Umberto D. (1952) di Vittorio De Sica, La dolce vita (1960), (1963) e Amarcord (1973) di Federico Fellini, L’udienza (1971) di Marco Ferreri, Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci, Fantozzi (1975) di Luciano Salce, Ossessione (1943), La terra trema (1948) e Il Gattopardo (1963) di Luchino Visconti, Gli sbandati (1955) di Francesco Maselli, I soliti ignoti (1958) e La grande guerra (1959) di Mario Monicelli, Accattone (1961) di Pier Paolo Pasolini, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri, Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi, La battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo, Il sorpasso (1962) di Dino Risi, Roma città aperta (1945) e Paisà (1946) di Roberto Rossellini. Tutti grandi film, tutti grandi registi italiani. Tutti tranne uno. Nell’elenco compare, infatti, anche il nome del francese Julien Duvivier che diresse Don Camillo (1952).

Julien Duvivier, nato a Lille l’8 ottobre del 1896, iniziò la sua carriera di regista nell’epoca del cinema muto per poi diventare negli anni ’30 uno dei massimi esponenti della cinematografia francese al pari di Jean Renoir e Rene Clair. In quella splendida stagione cinematografica, il cosiddetto “Realismo poetico”, realizzò il suo capolavoro Il bandito della Casbah (Pépé le Moko, 1937) con Jean Gabin nel ruolo di un gangster che per sfuggire alla polizia è costretto a vivere nella Casbah di Algeri, ma l’amore per una giovane donna parigina lo farà uscire dal quartiere. Arrestato dalla polizia si suiciderà guardando in lontananza la sua amata che lo credeva morto.

Il bandito della Casbah

Il bandito della Casbah (1937)

Durante l’occupazione nazista, Duvivier si rifugiò negli Stati Uniti dove realizzò, tra gli altri, Destino (Tales of Manhattan, 1942) e Il carnevale della vita (Flesh and Fantasy, 1943). Tornato in Europa dopo in conflitto mondiale, girò Panico (Panique, 1946) in Francia, Anna Karenina (1948) in Gran Bretagna e, appunto, Don Camillo (Le Petit Monde de don Camillo, 1952) in Italia, pellicola liberamente tratta dai racconti di Giovannino Guareschi pubblicati, tra il 1946 e il 1947, sul settimanale “Candido”, poi riuniti in un unico volume intitolato “Mondo piccolo. Don Camillo” nel marzo 1948 dall’editore Rizzoli.

Apertamente monarchico e fervente anticomunista (sua la definizione “trinariciuti”), Guareschi (Fontanelle di Roccabianca, 1 maggio 1908), tratteggiò due figure rimaste nell’immaginario collettivo: da una parte Don Camillo energico prete di Ponteratto (paese immaginario), dall’altra Peppone il Sindaco comunista dello stesso paese. Per la trasposizione sul grande schermo lo scrittore insistette per interpretare il ruolo Sindaco, ma dopo oltre venti ciak sbagliati Duvivier lo convinse a rivolgersi ad attori “veri”. Vennero così scelti Fernandel (nome d’arte di Fernand-Joseph-Désiré Contandin, nato a Marsiglia l’8 maggio 1903) che diede il volto a Don Camillo e Gino Cervi (Bologna, 3 maggio 1901), inizialmente pensato per il ruolo del parroco, divenne Peppone.

Don Camillo

Don Camillo (1952)

In una “fetta di terra grassa e piatta che sta tra il fiume e il monte, tra il Po e l’appennino” (Brescello, la città scelta per le riprese del film) la festa per l’elezione del nuovo Sindaco comunista Giuseppe Bottazzi detto Peppone (Gino Cervi) viene interrotta dal suono delle campane del combattivo Don Camillo (Fernandel). E’ l’inizio di una “lite infinita”. I due si scontreranno per il battesimo del figlio del Sindaco (che vuole chiamare Lenin, ma finirà per chiamare Camillo), la costruzione di una casa del popolo, lo sciopero dei braccianti, una partita di calcio, il matrimonio di due giovani di opposte “fazioni”. Ma la stima è evidente e reciproca e i due riescono sempre a trovare una via d’uscita. Ma il temperamento del parroco è troppo focoso, nonostante i quotidiani dialoghi con il Cristo della chiesa (voce di Ruggero Ruggeri e di Jean Debucourt nell’edizione francese) che cerca di portarlo a più miti consigli, e per questo viene trasferito in uno sperduto paesino di montagna. Il Sindaco, lontano dagli occhi dei cittadini, andrà a salutarlo con tutti gli onori augurandogli un veloce ritorno.

Commedia di grande successo popolare. Campione di incassi nel nostro Paese nel 1952 grazie ai 13215653 spettatori accorsi nei cinema. Indimenticabile anche la musica composta da Alessandro Cicognini (chi non conosce il tema di Don Camillo!?). La pellicola, così come gli scritti di Guareschi, rifletteva il clima dell’Italia del dopo guerra divisa dall’ideologia, ma unita nelle cose di “buon senso”, almeno questa la visione della piccola borghesia italiana. La coproduzione Italia-Francia per una volta aiutò la riuscita del film a partire dalle alte capacità dei due protagonisti e dalla sagace regia di Duvivier che per l’occasione abbandonò la visione amara e pessimistica della vita che aveva contraddistinto le sue precedenti opere.

sul set di Don Camillo

da sinistra Gino Cervi, Julien Duvivier e Fernandel sul set

Vennero, tuttavia, girate due versioni lievemente, ma significativamente diverse. In Italia, contro la volontà dello stesso Guareschi, le alte autorità ecclesiastiche fecero pressioni sulla produzione per avere un tono più leggero e un parroco meno “manesco”. Il regista decise così di girare due pellicole: quella francese più fedele allo spirito dei personaggi, quella italiana più fedele alla “Chiesa” con più sequenze comiche, meno botte e senza le immagini del tentato suicidio di Gina e Mariolino (gli attori Vera Talchi e Franco Interlenghi). Infine sono da segnalare due curiose differenze tra la versione francese e quella italiana: nella prima i comunisti cantano l’Internazionale, mentre nella seconda intonano Bandiera rossa; nella prima la statua della Madonna parla a Don Camillo, nella seconda è solo inquadrata.

Fu un successo mondiale, garantito anche grazie a riusciti personaggi secondari dalla signora Cristina (l’attrice Sylvie, nome d’arte di Louise Sylvain) a il Brusco (Saro Urzì), al punto che per la versione statunitense, The Little World of Don Camillo uscita nelle sale americane il 13 gennaio 1953, fu Orson Welles in persona a narrare la storia e a dare la voce al Cristo.

Guereschi e Fernandel

Giovannino Guereschi e Fernandel

Nonostante il grande successo di pubblico, in Italia il film subì le critiche del PCI e degli intellettuali della sinistra che, tra l’altro, non dimenticavano l’anticomunismo viscerale di Giovannino Guareschi e l’adesione di Gino Cervi al movimento fascista (dalla partecipazione alla Marcia su Roma nel 1922 ai film di propaganda del Regime diretti da Alessandro Blasetti, colui che anni dopo insultò e derise Paolo Poli). Decisamente più a sinistra Duvivier e Fernandel, ma nel film gli scontri finivano sempre per favorire il rude Don Camillo e non il sindaco comunista tratteggiato come cocciuto e ottuso.

Tuttavia se nel nostro Paese la pellicola aveva uno stampo “moderato”, negli Stati Uniti, in piena “caccia alle streghe”, era giudicata troppo di sinistra. Mostrare un comunista, con tanto di falci e martello al seguito, che si confronta seppur anche aspramente con un prete, era troppo pericoloso per la CIA. Il senatore Joseph McCarthy regnava incontrastato. Charlie Chaplin e Sterling Hayden ne avevano già pagato le conseguenze. Furono così tagliate tutte le scene in cui Peppone, il comunista, faceva bella figura. Non solo, Luigi Luraschi, oscuro dirigente della Paramount con forti legami con la CIA, lavorò per impedire che quella pellicola con troppe bandiere e simboli comunisti, che non dispiaceva alla comunità progressista di Hollywood, ottenesse il benché minimo riconoscimento nella “terra delle libertà”.

Il ritorno di Don Camillo

Il ritorno di Don Camillo (1953)

In una serie di carteggi pubblicati ad inizio 2016, ma noti dal 2000, infatti emerge con chiarezza che Don Camillo venne estromesso dalla corsa all’Oscar come miglior film straniero per mano della CIA. L’Oscar in questione venne assegnato a Giochi proibiti (Jeux interdits, 1952) di René Clément un film contro la crudeltà della guerra e degli adulti. Una pellicola decisamente più a sinistra di quella diretta da Duvivier!

Don Camillo fu il primo di una fortunata serie di film ispirati ai racconti di Guareschi. Il successivo fu Il ritorno di Don Camillo (Le reteur de Don Camillo, 1953) in cui il parroco torna a Brescello grazie al Sindaco Peppone (anche questa pellicola venne girata in due versioni quella italiana e quella francese). Il risultato fu “più zuccheroso e innocuo del primo” (Mereghetti). Nella parte dei protagonisti sempre Fernandel e Gino Cervi, dietro la macchina da presa, per la seconda e ultima volta, Julien Duvivier che morì a Parigi il 30 ottobre 1967, in seguito ad un’incidente d’auto che vide coinvolto anche l’allora Ministro della Ricerca scientifica Maurice Schumann. Un regista che fece più prosa che poesia e per questo fu stroncato e dimenticato dalla nuova generazione di cineasti francesi nati con la Nouvelle Vague, ma come disse l’amico regista Jean Renoir “il suo modo di raccontare è diventato lo stile contemporaneo”.

I successivi due “capitoli” della serie furono diretti da Carmine Gallone, già regista di propaganda del Regime fascista (Scipione l’Africano, 1937). In Don Camillo e l’onorevole Peppone (1955) il Sindaco tenta la corsa al Parlamento, nel successivo Don Camillo monsignore… ma non troppo (1961) i due protagonisti hanno fatto carriera a Roma, ma sentono la nostalgia di Brescello e tornano al paese per litigare amabilmente.

Don Camillo e l'onorevole Peppone

Don Camillo e l’onorevole Peppone (1955)

Il quinto film della serie fu Il Compagno Don Camillo (1965) diretto da Luigi Comencini chiamato dalla Rizzoli che gli aveva pignorato i mobili per estinguere il suoi debiti. Nella pellicola Don Camillo si inserisce nella delegazione italiana in visita in Unione Sovietica e scopre che i comunisti non mangiano i bambini. Il film si stacca dall’anticomunismo di Guareschi, ma la formula mostra la corda. La bravura dei due protagonisti, tuttavia, è indiscutibile (indimenticabile la scena finale in cui Peppone, tagliati i baffi alla Stalin, si finge prete e parte alla volta degli Stati Uniti col rivale di sempre).

L’autore Giovannino Guareschi morì a Cervia il 22 luglio 1968, ma la saga provò a continuare. Il sesto episodio sarebbe dovuto essere Don Camillo e i giovani d’oggi (1970) per la regia di Christian-Jaque, ma il film rimase incompiuto per la malattia di Fernandel che si spense a Parigi il 26 febbraio 1971. Gino Cervi e il regista rifiutarono di proseguire senza l’attore francese che nella parte del parroco di Brescello raggiunse la vetta della sua carriera unendo maturità e gusto del pittoresco raggiunto anche grazie al suo volto allungato e mobilissimo che ispirava simpatia e ilarità.

Gino Cervi e Fernandel

Gino Cervi e Fernandel per tutti e per sempre Peppone e Don Camillo

Don Camillo e i giovani d’oggi venne rifatto nel 1972 da Mario Camerini con Gastone Moschin nella parte di Don Camillo e Lionel Stander in quella di Peppone. Fu un insuccesso che interruppe la serie. Gino Cervi, straordinario Maigret per il piccolo schermo, morì pochi anni dopo a Punta Ala il 3 gennaio 1974. Terence Hill provò a rinverdire il successo con il remake Don Camillo (1983) con l’attore nei panni del parroco e Colin Blakely in quelle del sindaco comunista. Da citare solo per dovere di cronaca.

Oscar o non Oscar, quel primo film in particolare e la serie in generale esaltò il tema dell’amicizia oltre l’ideologia, un’esaltazione dei valori della piccola borghesia e una “pericolosa rimozione dei veri nodi storici del nostro sviluppo” (Mereghetti). Ma Don Camillo rimarrà Fernandel e Gino Cervi sarà sempre Peppone, che nessuno provi a fare altri remake…

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Julien Duvivier” di Aldo Tassone – Il Castoro
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2014” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Immagini tratte da
Immagine in evidenza da visitbrescello.it, foto 1, 2, 5, 6, 7 screenshot dei film, foto 4 da bauldelcastillo.blogspot.com, foto 4 da it.wikipedia.org

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