ILVA, il ritorno della lotta di classe in tutta la sua evidenza

“Gli operai dell’ILVA si ribellano: ‘Non saremo noi a staccare la spina!‘”. “Rivolta operaia contro Arcelor Mittal“. Così le prime pagine dei giornali nazionali che da qualche giorno non...

Gli operai dell’ILVA si ribellano: ‘Non saremo noi a staccare la spina!‘”. “Rivolta operaia contro Arcelor Mittal“. Così le prime pagine dei giornali nazionali che da qualche giorno non possono fare a meno di nascondere la rabbia dei lavoratori di Taranto.

Era da tanto tempo che non si leggevano vere e proprie “cronache operaie“. Dai giornali di questi giorni emerge tutta la rabbia dei lavoratori per una situazione che degenera di giorno in giorno e sta raggiungendo il suo apice tanto nello scontro giudiziario quanto sul terreno vero e proprio del confronto tra le parti: maestranze, sindacati, governo, padroni.

Seppure dispiaccia dover scorrere le righe dei quotidiani dove si strilla della sacrosanta rabbia operaia, perché si tratta della enorme crisi dell’ILVA causata da una gestione pavida da parte padronale, non è da poco assistere alla presa di coscienza dei lavoratori circa la gravità dello scontro di classe.

Arcelor Mittal sta esattamente interpretando il suo ruolo, mostrando all’Italia e al mondo come si comporta un padrone quando ritiene di perdere profitto da una attività: non rispetta i contratti, se ne infischia beatamente della sua forza-lavoro ed è pronto a fuggire a gambe levate calendarizzando con una impressionante velocità la chiusura dell’impianto di Taranto e costringendo il Stato a contrattaccare ricorso su ricorso presso il Tribunale di Milano.

I lavoratori hanno capito di essere non soltanto la “controparte” di classe in tutto ciò, ma sanno di poter agire e gestire il processo produttivo e di poter provare a forzare la violenza padronale minacciando di non spegnere gli altiforni dell’acciaieria.

Il livello dello scontro di classe si è alzato come mai si assisteva da decenni a questa parte. È un bene. Ma devono vincere i lavoratori, perché sia davvero così. I sindacati e il governo in questo processo di rinascita della coscienza di classe, frutto della disperazione proletaria per un futuro di famiglie che si sgretola al sole, hanno il dovere di sostenere gli operai in tutto e per tutto anche arrivando alla soluzione più giusta e congeniale: la nazionalizzazione della fabbrica.

Uno spauracchio vero e proprio, perché significherebbe rimettere in gioco l’assioma (quasi un dogma liberista) secondo cui solo la proprietà privata dei mezzi di produzione può garantire quello sviluppo economico e quella distribuzione di conseguente ricchezza che nessun proprietario pubblico potrebbe mai gestire.

Lo Stato, da troppo, tempo, è stato relegato a mero affittuario di impianti, a parte in causa per trattative tra le diverse controparti, padronali e sindacali, e ha dismesso il suo ruolo primario nell’interesse economico nazionale con l’avvento prepotente dell’ondata privatizzatrice approvata, di volta in volta, tanto dai governi di centrosinistra quanto da quelli di centrodestra.

Nel corso degli anni, anche per industrie di fondamentale importanza come l’ILVA e tutto il suo indotto, si è trattato solamente di cessione ai privati – dopo anni di partecipazione statale nella proprietà – per dirottare le risorse che sarebbero andate a sostenere una economia pubblica su incrementi di privilegi sempre volti alla tutela di comparti che con il bene comune avevano poco o nulla a che fare.

La motivazione ipocrita e tutta politicista stava nella necessità di una “ripresa economica” per l’Italia: una ripresa che solo le privatizzazioni avrebbero garantito e che sarebbe stata il motore di una redistribuzione della ricchezza. E’ accaduto il contrario e la redistribuzione della ricchezza sarebbe invece stata possibile soltanto mantenendo in piedi la proprietà pubblica dei colossi industriali dell’epoca: dall’energia alla siderurgia, dalla telefonia ai trasporti, dalla sanità alle pensioni.

Laddove il privato non è riuscito completamente a farsi strada e a soppiantare il pubblico, vi si è affiancato in un regime concorrenziale spietato che oggi liberamente si picca di essere il “libero mercato” di nome e di fatto, a cominciare dal comparto energetico.

La globalizzazione liberista ha reso possibile una conversione in senso proprietario privato di una economia che, ad inizio Novecento e nel dopoguerra, tra gli anni ’50 e ’70, aveva sviluppato in Italia tutta una serie di tutele per i lavoratori tanto da rendere l’industria nazionale celebre nel mondo sotto diversi aspetti: si pensi al ruolo dell’IRI o a quello stesso dell’ILVA.

Per un attimo, durato qualche decennio, è parso che i princìpi costituzionali potessero trovate attuazione nella disposizione di un mantenimento delle democrazia su una struttura economica che non aboliva la proprietà privata dei mezzi produttivi ma che, allo stesso tempo, dava a quella pubblica un ruolo preminente e considerava comunque l’espropriazione una leva necessaria in caso di bisogno nazionale, di esigenza sociale vera e propria.

Va tenuto conto che tutto questo discorso non può prescindere dalla considerazione dello sviluppo della finanziarizzazione dell’economia, cui si deve tenere debitamente conto se si parla tanto di industria nazionale privata, quanto di rapporti pubblici tra economie private e benessere sociale.

Sarebbe ingiusto e sbagliato separare comunque crisi dell’economia da crisi della politica, o meglio della “rappresentanza politica“: si può dire che siano marciate entrambe di pari passo e che, anzi, si siano sostenute vicendevolmente aiutandosi nell’opera di mantenimento da un lato di una classe imprenditoriale alla ricerca di un equilibrio tra crisi dettate da “bolle speculative” e concorrenza mondiale sempre più agguerrita (per via dello sviluppo di intere aree continentali come l’Asia); dall’altro lato di un regime politico dedito alla perpetuazione di sé stesso nel nome della salvaguardia sempre e solo di interessi privati portati nell’agone politico per salvarli dalla bancarotta finanziaria, nonché per tutelare amici e parenti, banche e banchieri. E chi più ne ha, più ne metta: c’è davvero l’imbarazzo della scelta.

Quello cui siamo trovati davanti è, dunque, alla fine un capitalismo che si è trasformato: la sua originaria funzione di produzione del plusvalore mediante lo sfruttamento operaio è stata affiancata da un utilizzo del sistema finanziario volto alla speculazione più accesa e dinamica, superando quindi i livelli produttivi e creando enormi profitti senza nemmeno passare per il sistema di fabbrica che, tuttavia, rimane necessario e non eludibile, poiché è sempre il primo anello di una catena che porta all’esasperazione liberista del capitale nella sua forma, appunto, di finanziarizzazione.

La rappresentanza collettiva di fabbrica, comunque del proprio ambiente di lavoro, ha sempre trovato meno spazio anche a causa di sponde che le venivano meno sul piano strettamente legato alla conseguente trasposizione degli interessi di classe in seno al Parlamento. Dal 2008 non siede sui banchi di nessuna delle due Camere nessun deputato o senatore comunista o che si definisca tale.

Potrà sembrare cosa di poco conto a chi ritiene il comunismo un movimento superato nei fatti (fatti tutti borghesemente intesi e riformisticamente interpretati molto bene da una certa sinistra che si dice antiliberista ma che alla fine fa accordi con i peggiori tra i liberisti non di destra conclamata e dichiarata…), ma è invece dirimente se si vuole tornare ad avere almeno una opposizione di classe in Parlamento.

Allo stesso tempo occorre anche un sindacato di classe, che spazzi via tutte le consorterie nate e sviluppatesi nel ventre molle di una finta dedizione alla causa dei lavoratori stando lontani dai lavoratori stessi, riempiendo le loro rappresentanze di burocrazia, di compromessi con i poteri politici, anzi con determinati partiti politici che un tempo venivano gestiti con un certo grado di separatezza e garanzia di autonomia reciproca e che, invece, in questi ultimi decenni sono diventati legami indissolubili, veri e propri luoghi di interesse privato.

La disperata situazione dell’ILVA di Taranto può, nella sua difficile gestione, essere il motore di un risveglio della classe lavoratrice e un campanello di allarme tanto per sindacalisti assopiti sui guanciali forniti da lustri di adeguamento alle posizioni padronali e al liberismo mascherato da riformismo sociale, quanto per una politica tutta propensa a mantenere stabile il rapporto col peggiore liberismo.

La rabbia operaia non va repressa, ma va invece incentivata, alimentata con sacrosante rivendicazioni e non con pie illusioni rivoluzionarie che finirebbero per mortificarla nuovamente. La rabbia dei lavoratori di Taranto, che minacciano di non spegnere gli altiforni, è una forma di lotta, anche se sembra, ad un primo contatto, solo un moto istintivo di esasperazione.

E’ invece il primo punto, quello fondamentale da cui partire per la rinascita della lotta di classe in Italia, a partire dal più grande stabilimento europeo di produzione dell’acciaio.

Siamo davanti ad un evento quasi storico nello sviluppo di un nuovo movimento operaio che ha bisogno di nuovo movimento comunista che lo sostenga, lo aiuti e lo sproni a chiedere, esigere, pretendere sempre più diritti e sempre più Stato nell’economia, cacciando via quei padroni privati che hanno preso tutto quello che potevano dalle risorse pubbliche per poi fuggire all’estero scudando i capitali e sfruttando altri lavoratori dove la mano d’opera costava molto meno rispetto all’Italia.

La lotta dei lavoratori dell’ILVA è l’immagina non spettrale ma tangibile di un nuovo vigore operaio. E’ la sconfitta di tutte le esegetiche opinioni che in questi anni hanno irriso chi sosteneva che la lotta di classe non esisteva più. Eccola, davanti a voi: è lì, a pochi passi dagli altiforni di Arcelor Mittal. Provate a scalzarla via, se ci riuscite.

MARCO SFERINI

16 novembre 2019

foto: screenshot

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