Il pianeta dei cani

Lettere dal futuro. Un racconto su "A - rivista anarchica", numero estivo

Quando capitava di ascoltare un latrato che feriva il buio, be’, potete scommetterci che quello era un uomo che chiedeva di uscire dal recinto. Vivevamo come cani, anzi peggio dei cani, perché i cani ci controllavano, dividevano le nostre famiglie naturali, si appropriavano di noi quando eravamo ancora neonati e ci crescevano nell’isolamento.
Vengo dal pianeta dei cani, altro di me non posso dire. È solo che qui, in questa vostra Terra, tutto mi appare rovesciato. Per esempio questa cosa dei guinzagli. Ci mettevano collare e catena, e ci portavano a spasso perché facessimo i nostri bisogni.
Avete mai provato a farlo per strada, nudi e sotto gli occhi di tutti? Nel mio pianeta vi sarebbe stato imposto come un gesto amorevole e canino, nel senso che voi date al termine “umano“. I nostri padroni, i cani intendo, erano convinti di fare del bene, e sfogavano in noi tutte le sfumature della loro sensibilità.
<Guarda quant’è carino… Sai che è anche più intelligente della media?>
<Pensa che il mio mi porta le pantofole quando torno a casa…>
Già, lo schifoso sapore delle loro pantofole. Ce l’ho ancora che mi graffia il palato, nonostante gli anni trascorsi. E più erano convinti, peggio si viveva. I setter credevano di essere una razza superiore, e allora cercavano di avvicinarci al loro stile di vita, obbligandoci a indossare ridicole imitazioni dei loro indumenti, soprattutto in caso di pioggia. La sera ci prendevano in braccio e ci imponevano terrificanti maratone di sopravvivenza affettiva. Tutte quelle lingue che ci leccavano le orecchie, tutto quel fiato ravvicinato sotto forma di guaiti dolciastri, imbevuti di tenerezza a senso unico.
Mai fare l’errore di emettere un suono. Sarebbe stato male interpretato. Uno sbadiglio poteva facilmente essere scambiato per un’ulteriore richiesta di coccole, e allora addio sonno.
No, la diversità di razza non faceva molta differenza. Poteva al massimo addolcire la degradazione propria di qualunque prigionia. I molossi ci trattavano da subumani, ci incattivivano tenendoci a digiuno e bastonandoci, e poi ci obbligavano a combattere per scommettere sul vincente. I cocker invece, i flemmatici cocker che ci facevano accucciare davanti al fuoco di un camino, erano capaci di viziarci, di ingrassarci fino all’estremo, per poi abbandonarci in strada alla prima seccatura, lasciandoci in balia di un mondo ormai privo di coordinate. E i nobili San Bernardo? Giorni, settimane, mesi di istruzioni ripetitive e folli, e solo per insegnarci a scavare tra la neve per cercare qualcuno di loro, con il collo appesantito da una botticella piena d’alcol… Idem per i cani lupo, con la differenza che ci facevano saltare in cerchi di fuoco o ci obbligavano a fiutare droghe per portare il nostro olfatto ad assuefazione e dirigerlo come una bacchetta magica verso i traffi-cani, o cani trafficanti se preferite.
Credetemi, sul pianeta dei cani non c’era razza che si salvasse.
Perfino la più raffi nata e sensibile, quella dei levrieri, poteva soffocarti con attenzioni imperative e brutali ammantate di leggiadra benevolenza. Sono stati loro i miei ultimi padroni. Per esempio, io mi chiamavo Antonio. Tutto questo prima che un levriero si prendesse cura di me. Era convinto che fosse democratico e alla moda ribattezzarmi come uno di loro. Darmi un nome da cane, insomma. E così sono diventato Fido.
Poi gli è venuta la fissa dei concorsi di bellezza.
Tutte queste “Mostre umane“ dove ci facevano sfilare in passerella tosati, cotonati, infiocchettati nei modi più assurdi per compiacere il loro cattivo gusto spacciato per senso estetico… A me il senso estetico è costato caro. Tutto per colpa di quella balorda convinzione secondo cui faceva chic avere uomini senza orecchie. E così anche il mio levriero mi ha mutilato, credendo di farmi un piacere. Come se il taglio delle orecchie potesse rafforzarmi la vista, o rendermi più forte alle intemperie. La verità è che me le hanno mozzate per un vezzo da quattro soldi.
Non potrò mai dimenticare il giorno in cui mi hanno portato dal veterinario per l’operazione. Consapevole del mio destino, trotterellavo a testa bassa in strada, seguendo il levriero che mi teneva al guinzaglio.
A un certo punto ho incrociato un altro uomo che stava arrivando dalla parte opposta, guidato da una coppia di barboncini. Aveva l’aria più derelitta che si possa immaginare.
<Non mi sembri molto in forma. Che succede?> gli ho chiesto.
<Questi due stronzi hanno deciso di farmi castrare> mi ha risposto.
Anche i barboncini sanno essere crudeli, e se non dico bastardi è perché, se proprio devo salvare qualcuno, scelgo loro: i bastardi, appunto. Gli unici che sapevano trattarci alla pari, riconoscendo nei nostri occhi qualcosa di simile ai loro. Gli unici che ci riservavano una carezza forse ruvida, ma con tanta partecipazione canina. E per favore, lasciamo perdere le associazioni animaliste, che da noi si chiamavano umaniste. Ci ficcavano nei cestini delle loro biciclette e ci scampanellavano la loro solidarietà in manifestazioni colorate e chiassose. Noi non potevamo esimerci dall’invito. Vi sembra amore?
Sento di aver raccontato abbastanza. Abbastanza, intendo, perché voi comprendiate i motivi della mia fuga. Un giorno sono saltato su una navicella, ed eccomi qui. Non avrei mai creduto di trovarmi in un posto dove tutto è rovesciato. Sulle prime vibravo di gioia rancorosa quando vedevo quei luridi cagnacci trascinati a forza da un padrone. Ma poi anche le prospettive dentro di me hanno iniziato a rovesciarsi.
Prima li ho compatiti, poi ho provato una pena più profonda, e un giorno perfino rabbia. È stato quando mi sono trovato sulla strada di un bastardino randagio, e quello mi ha guardato come per ricordarmi da dove venivo. Ha colpito nel segno. Nessuno come me sa che cosa vuol dire sentirsi solo come un cane. O come un uomo senza orecchie.
E così abbiamo parlato, ci siamo raccontati le nostre vite, e insomma da quel momento abbiamo deciso di farci compagnia. Non che uno voglia imporre qualcosa all’altro. Ci riconosciamo la stessa libertà.
Al mattino ci diamo il cambio nel bagno, ci vestiamo come più ci piace, facciamo colazione e usciamo per andare a spasso. Di regola andiamo insieme, ma non è detto. Su una cosa siamo stati d’accordo fin dall’inizio. Il guinzaglio lo lasciamo a casa.

PAOLO PASI

da A – rivista anarchica

foto tratta da Pixabay

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