Il giorno di Sánchez. In Spagna sarà governo rosso-viola

Il discorso d’investitura del leader socialista. Dopo negoziati surreali in cui ha corteggiato invano la destra di Ciudadanos. Questa volta però Podemos chiede ministeri. Sarebbe il primo esecutivo spagnolo non monocolore della storia
Pedro Sanchéz del PSOE e Pablo Iglesias di Unidas Podemos

A ben tre mesi dalle elezioni, finalmente è arrivato il grande giorno per Pedro Sánchez. Ieri al Congreso de los Diputados, a Madrid, ha chiesto il voto della maggioranza dei 350 deputati spagnoli. Ma non è chiaro se lo otterrà. Nella prima votazione, che avverrà oggi, ci vorrebbe la maggioranza assoluta dei voti. Non accadrà. Tra due giorni, in seconda votazione, gli basterebbero solo più sì che no.

In questi il Psoe ha gestito negoziazioni piuttosto erratiche. Accecati da una certa arroganza, i socialisti si sono comportati come se invece dei 123 seggi che gli hanno attribuito le urne ad aprile, disponessero di una maggioranza assoluta, come ai vecchi tempi. Unidas Podemos, indebolito da 71 a 42 seggi, ha puntato fin dal primo giorno a rafforzare la formula che aveva portato il leader socialista a scalzare Mariano Rajoy un anno fa, e poi ad approvare uno dopo l’altro i decreti con cui ha governato in questi mesi: stavolta però esigendo una coalizione formale, con rappresentanti in Consiglio dei Ministri. Il che, detto sia per inciso, sarebbe una novità assoluta per la politica spagnola: dall’avvento della democrazia postfranchista a oggi non c’è mai stato un governo nazionale con ministri di più di un partito; al massimo, qualche indipendente. Ma questa prospettiva terrorizza i socialisti che, incapaci di prendere atto della nuova realtà politica, hanno passato settimane cercando di blandire la destra, soprattutto Ciudadanos.

Idealmente, un’alleanza Psoe-Ciudadanos garantirebbe una comoda maggioranza di 180 seggi. Ma la grande fortuna di Podemos è che Ciudadanos ha deciso di avvinghiarsi alla destra, senza scomporsi neppure per le alleanze con Vox in molti comuni e comunità autonome, nella apparentemente vana speranza di superare il Pp per la leadership conservatrice.

E così in queste settimane la Spagna ha assistito incredula a negoziati surreali. Da una parte, Iglesias chiedeva ministeri per portare a termine le politiche chiave del programma, e dall’altra Sánchez che, dopo aver chiamato all’alleanza con Podemos in campagna elettorale, ora al massimo era disposto a offrire qualche sottosegretario.

Tutto questo per 80 giorni, mentre i sondaggi unanimemente imploravano gli interlocutori di formare l’unico governo possibile dati i numeri. Psoe e UP assieme arrivano a 165 deputati, 173 con i sei deputati dei nazionalisti baschi del Pnv, il deputato valenziano di Compromís e quello del Prc (partito regionalista cantabrico) – che sembra appoggerebbero un governo rosso-viola. Il tutto si giocherebbe quindi sulle astensioni: i baschi di Eh-Bildu (eredi del braccio politico dell’Eta) con i loro 4 deputati sembra lo faranno.

E poi ci sono i 18 deputati indipendentisti: 15 deputati di Esquerra Republicana e i sette di Junts per Catalunya (meno i 4 deputati incarcerati). In questo scenario, se decidono di votare No, senza sostituire i reclusi con i non eletti, Sánchez passerebbe. Se volessero davvero affondare Sánchez, basterebbe loro sostituire gli incarcerati: se Bildu si astiene, sarebbero 173 contro 173.

La settimana scorsa sembrava tutto perduto e che Sánchez avrebbe scelto l’opzione atomica di una ripetizione elettorale. Dopo la seconda votazione, la costituzione consente 3 mesi di tempo per riprovarci prima che scattino nuove elezioni. Sánchez aveva minacciato il ritorno alle urne a destra e sinistra, forse sedotto dai sondaggi che davano un Psoe in ascesa e i suoi interlocutori di sinistra in discesa. Ma in questo gioco del cerino acceso, chi ha più da perdere è proprio lui: e così, ennesima giravolta e giovedì aveva detto pubblicamente quello che già si diceva sottovoce: l’unico ostacolo per un accordo era la presenza di Iglesias nel Consiglio dei Ministri, una posizione politicamente inaccettabile, ma almeno trasparente.

Dopo un giorno di silenzio, e ingoiando l’orgoglio, Iglesias aveva deciso di fare quello che i socialisti, con l’obiettivo di caricare su Up il peso di nuove elezioni, pensavano fosse impossibile: un passo indietro, ottenendo fra l’altro di ingigantire la sua statura politica e far cadere in un soffio tutti gli alibi dei socialisti. Ma ormai rimanevano poche ore, e le differenze fra i potenziali soci non sono poche. A peggiorare le cose ci si è messo il discorso di ieri: dai banchi di Podemos musi lunghi e solo un applauso in solidarietà alle vittime della violenza maschilista.

In due ore di discorso, Sánchez ha elencato pedissequamente le proposte del suo programma elettorale. Ma non ha menzionato il problema catalano, l’elefante nella stanza, e ai suoi possibili soci ha solo dedicato un generico minuto di discorso alla fine. «Dobbiamo lavorare per far avanzare tutto quello che unisce, che si riassume in poche parole: la promessa della sinistra», ha detto. Ben poco per costruire un accordo. C’è tempo solo fino a giovedì.

LUCA TANCREDI BARONE

da il manifesto.it

foto tratta dalla pagina Facebook ufficiale di Pablo Iglesias

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