I paradossi della democrazia

Un lungo intervento di Davide Casaleggio, pubblicato dal Corriere della Sera il 17 settembre, affronta il tema delle forme dell’espressione politica difendendo le scelte del Movimento 5 stelle di...

Un lungo intervento di Davide Casaleggio, pubblicato dal Corriere della Sera il 17 settembre, affronta il tema delle forme dell’espressione politica difendendo le scelte del Movimento 5 stelle di coinvolgimento degli utenti della Piattaforma Rousseau nella decisione di formare il nuovo governo.

Le argomentazioni adottate da Casaleggio sono molto complesse ma nel loro insieme mettono in discussione la democrazia rappresentativa, il ruolo dei Partiti e nella sostanza la funzione del Parlamento.

Secondo Casaleggio una comunità che vota (online) si unisce anche se ha opinioni diverse. Scrive: “Una comunità che non fa votare si divide e allontana chi la pensa diversamente”.

Risalta in questo una forte contraddizione riguardante l’eliminazione che avverrebbe, nella logica esposta dall’articolo, delle ragioni del conflitto sociale, della possibilità di organizzare nella società la rappresentanza di queste ragioni del conflitto, della volontà di espressione che attraverso il voto si realizza nelle istituzioni proprio in ragione delle forme di conflitto presenti nella società e delle relative prospettive per il futuro che da esse ne debbono derivare.

Nella logica del Movimento 5 stelle, o almeno di una sua parte quella che ne gestisce il ganglio decisionale più importante, spariscono le contraddizioni e la loro possibile mediazione nel contesto dell’agire politico.

Nella sostanza sarebbero consentite soltanto opinioni, all’interno di un sistema evidentemente a “pensiero unico”, opinioni che poi si troverebbero cancellate nel momento in cui la maggioranza dei partecipanti ai ludi del  web si fosse espressa diversamente.

Siamo dunque alla sublimazione del maggioritario inteso come punto d’approdo della disintermediazione, dell’annullamento insieme dell’esposizione dei punti di conflitto e della loro mediazione in progetti differenti che trovano, quando possibile, punti d’incontro.

Il PD e LeU hanno formato un governo assieme ad un soggetto portatore di questo tipo di cultura politica.

Una cultura politica quella espressa dal M5S frutto di una riflessione che arriva da lontano e che sempre nel sistema politico italiano è stata presente: non quella del populismo, come erroneamente è stata interpretata nel periodo del governo con la Lega, ma del qualunquismo: dal decadentismo dannunziano fino a Giannini e poi a presenze anche consistenti in molti dei soggetti politici presenti nel nostro sistema durante il dopoguerra compresa la DC (nella logica dei “due forni” che pure lo stesso M5S aveva recuperato all’indomani delle elezioni del 2018 e che si traduce nello slogan “né di destra, né di sinistra).

Rimangono da analizzare le ragioni per le quali questo tipo di posizioni si sono rivelate, per una fase, addirittura maggioritarie.

Mi permetto di avanzare un’ipotesi che riguarda il cambiamento del sistema elettorale avvenuto all’inizio degli anni’90.

Ricordando come il sistema elettorale rimanga il cardine dell’intero sistema politico.

I germi introdotti dal maggioritario, dall’elezione diretta, della vocazione presidenzialista si sono moltiplicati provocando una vera e propria “incredibilità del sistema” e della sua indefinita “classe dirigente” (molto tra virgolette) che si traduce in una caduta verticale non tanto e non solo dell’impegno politico ma della stessa partecipazione elettorale: scesa ai minimi storici, con l’arma del voto utilizzata per le espressioni più immediate di rabbia sociale e non oltre.

Non si ravvede neppure una possibilità di espressione per un antagonismo radicale ormai confuso nell’indiscriminatezza di una massa soltanto in superficie increspata da espressione di ribellione, ma in realtà rassegnata all’adeguamento al sistema dato.

Andiamo allora per ordine cercando di ricollegarci a un filo, anche sottile, di continuità con un’adeguata qualità della riflessione, anche dal punto di vista dell’indispensabile analisi politologica.

In questo senso è necessario enunciare subito quali debbono essere le caratteristiche fondative di un soggetto politico che, al di là delle condizioni materiali di partenza, abbia l’ambizione di misurarsi con il concetto del partito di massa: la costruzione di una stabile struttura organizzativa e l’assunzione di una funzione di integrazione sociale.

Naturalmente un programma di questo tipo dovrà fare i conti con tutti i risvolti che la profonda innovazione nei meccanismi del comunicare ha avuto nel corso di questi anni.

Dovranno essere rielaborati i concetti – chiave che consideravano la  struttura base tipica del partito di massa la sezione è dovrà essere aggiornato il Duverger che recitava “L’elemento principale è che la sezione rappresenta un organismo aperto a tutti, che fa propaganda per avere il maggior numero possibile di iscritti”.

L’obiettivo però di allargare il novero degli aderenti, nella forma classica degli iscritti dovrà essere mantenuta pur nella logica dell’utilizzo delle correnti tecnologie comunicative e di scambio di pensiero.

Il partito dovrà essere chiamato comunque a svolgere una funzione di “integrazione sociale”: dovrà essere capace, cioè, non solo di rappresentare ma anche di offrire basi d’identificazione ai suoi aderenti.

Come scrive Max Weber: il partito deve essere fondato su di una “intuizione del mondo”, per servire all’attuazione di ideali di contenuto politico.

L’intuizione del mondo dovrà rappresentare il punto di effettiva diversità nella ricerca e nell’aggregazione del consenso e del radicamento sociale.

L’ideologia continua così ad assumere una funzione fondamentale per l’organizzazione, in quanto strumento per forgiare gli interessi di lungo periodo, e quindi la stessa identità degli attori.

Ha scritto Alessandro Pizzorno: “nel suo tipo più puro, il partito organizzato di massa si caratterizza perché introduce l’ideologia come principio di identificazione. Tende così a presentare domande e, in genere, a ispirare la sua azione, in vista di progetti relativi a degli stati di cose future da realizzare per mezzo dell’azione politica”.

L’ideologia permette di rafforzare la solidarietà fra i membri del Partito, contribuendo a formare e a saldare le convinzioni di condividere fini comuni.

Essa diventa, inoltre, una “guida all’azione” indirizzando le scelte strategiche e tattiche del Partito.

Continua ad esistere una stretta correlazione tra l’avanzare del processo democratico e la presenza dei partiti di massa, e viceversa tra la crescita dei partiti di massa e l’avanzare del processo democratico, come ha ben dimostrato la storia italiana del secondo dopoguerra.

Oggi, in un’evidente fase di restringimento dei margini di agibilità democratica e con la presentazione di proposte mirate a un vero e proprio “soffocamento” della democrazia, come quelle ispirate al filone della personalizzazione della politica e del presidenzialismo, appare ancor più necessaria la presenza di soggetti politici ispirati al livello di partecipazione del tipo di quello presente nei partiti di massa.

E’ in pericolo oggi, non soltanto nella realtà italiana come ben dimostrano fatti di pregnante attualità, quella che Robert Dahl ha definito la caratteristica fondamentale della democrazia: “come la capacità dei governi a soddisfare, in maniera continuativa, le preferenze dei cittadini in un quadro di eguaglianza politica”.

Prosegue Dahl: “Nella sua concezione moderna la democrazia è quindi rappresentativa e la rappresentanza politica deve essere definita come un sistema istituzionalizzato di rappresentanza”.

La democrazia deve avere due dimensioni teoriche: la prima è definita come “diritto di opposizione”, la seconda è relativa al “grado di partecipazione”.

La democrazia si caratterizza, insomma, come concessione di diritti di opposizione e di estensione di questi diritti alla maggior parte della popolazione.

Insomma: esattamente il contrario di ciò che sta avvenendo nel concreto in Italia e fuori d’Italia, dove diritti di opposizione e di partecipazione, sul piano della rappresentanza politica, tendono a essere vieppiù limitati.

Se osserviamo gli spunti di riflessione fin qui enunciati alla luce di ciò che sta accadendo nel concreto della realtà politica e sociale non possiamo fare a meno di costatare che non si tratta di semplici richiami a una “teoria” più o meno classica: invece è il caso di riflettere e discutere su questi elementi, tenendo ben conto del fallimento totale dei tentativi di superamento della forma del partito di massa che fin qui sono stati tentati (“pigliatutti”, “elettorale – personale”, “leggero” addirittura “partito – azienda”) e della crisi profonda che attraversa il sistema politico nel suo insieme e che certamente non potrà essere risolta da un’espressione di parere verificata attraverso il web.

Addirittura durante l’ultima crisi di governo si è sentito affermare “bisogna chiedere il parere degli italiani”.

Quando l’espressione del consenso politico si riduce a “parere” sono già avanzati i sintomi di una grave crisi della democrazia intesa nel suo senso più ampio.

E’ questo il punto fondamentale del discorso che intendiamo sostenere in questa sede: il sistema, per recuperare il dato fondamentale della capacità di rappresentanza, ha bisogno di adeguate soggettività politiche che, proprio alla presenza di un’articolazione così evidente nelle richieste della società, produca reti fiduciarie più ampie e meno segmentate, più aperte verso le istituzioni, in grado di essere produttrici e riproduttrici di capitale sociale, di allentare la morsa del particolarismo dilatando anche le maglie delle appartenenze locali e rilanciando il “consolidamento democratico”.

FRANCO ASTENGO

19 settembre 2019

foto tratta da Pixabay

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