Grandi manovre sull’acciaio

Siderurgia globale. Thyssen Krupp e Tata Steel avviano un progetto di fusione, ennesima tappa di una strategia che vede i colossi asiatici in cerca o in rafforzamento di teste di ponte in Europa, complici i (tardivi) dazi Ue all'import. Sindacati europei di Tata già mobilitati di fronte al potenziale taglio di 4mila addetti, mentre Thyssen Krupp cerca di buttare acqua sul fuoco per la sua Ast di Terni: "Non interessata alla joint venture"

Il progetto di fusione tra Thyssen Krupp e Tata Steel, avviato con un memorandum di intesa fra il gruppo tedesco e quello indiano, conferma l’effervescenza di un comparto strategico globale come quello dell’acciaio, legato peraltro a doppio filo alle aspettative di crescita. Grandi manovre in corso, come del resto era prevedibile dopo il (tardivo) avvio di una strategia Ue di difesa – leggi dazi – della produzione continentale.
Di fronte a uno scenario mutato e sfavorevole, i colossi asiatici stanno rispondendo trovando, o rafforzando, le proprie teste di ponte in Europa. Di qui la joint venture paritetica (al 50%, con uguale rappresentanza nei comitati di gestione e di vigilanza) fra tedeschi e indiani, già battezzata Thyssenkrupp Tata Steel. Con l’obiettivo di chiudere l’operazione nel 2018, dopo aver ottenuto l’obbligatorio via libera dell’Unione europea. Non sarà una passeggiata, visti gli “effetti collaterali” della fusione, specialmente sul versante dell’occupazione.
A riprova, già in partenza i due gruppi, che prevedono di avere sede legale in Olanda e sinergie annuali fra i 400 e i 600 milioni di euro, hanno anticipato il possibile taglio di 4.000 dipendenti, su una forza lavoro totale di circa 48.000 addetti. A stretto giro di posta la risposta del Central Works Council (Cwc) di Tata Steel, già presente con impianti in Olanda e in Inghilterra, che ha fatto sapere di essere pronto ad ogni azione legale se non sarà aperta una trattativa sindacale sui potenziali esuberi.
Il comitato aziendale Cwc ha anche annunciato che sta mettendo insieme un team di consulenti esterni in campo legale, finanziario, e anche di esperti di industria dell’acciaio. In parallelo si è mosso anche lo stesso governo tedesco, dove la notizia della fusione, a pochi giorni dalle elezioni politiche, ha avuto per forza di cose un effetto altrettanto dirompente.
Così la ministra del lavoro e degli affari sociali, Andrea Nahles, alla radio Deutschlandfunk si è detta “contraria ad una fusione ad ogni costo”, spiegando poi che è necessario mantenere le sedi in Germania ed escludere licenziamenti, visto che nell’accordo è prevista una non meglio precisata “fusione” degli impianti di Tata in Olanda e Inghilterra con quelli tedeschi. Dal ministero dell’economia tedesco è arrivato invece un imbarazzato no-comment: “La fusione del gruppo Thyssen Krupp con Tata è una decisione che il governo preferisce non commentare”.
Anche in Italia, dove Thyssen Krupp è proprietaria di Acciai speciali Terni (oltre 2.000 addetti), è arrivata subito l’eco del progetto di fusione. Così il “Thyssen Krupp regional office” italiano, con un comunicato ufficiale, ha messo le mani avanti: “Acciai speciali Terni, come le altre attività dell’area ‘Material Services’ di Thyssen Krupp, di cui fa parte, non è interessata alla joint venture annunciata stamani”. Si vedrà. Anche perché da queste parti si vende – e si distrugge lavoro – che è un piacere, vedi l’Ilva di Taranto ad Arcelor Mittal e le Acciaierie piombinesi nel mirino di Jindal.

RICCARDO CHIARI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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