Gli stimoli di riflessione da un intervista a Rossana Rossanda

Aprire “il manifesto” al mattino e trovare una intervista a Rossana Rossanda è sempre un momento da cui non si può sfuggire. Almeno non può sfuggirvi chi come me...

Aprire “il manifesto” al mattino e trovare una intervista a Rossana Rossanda è sempre un momento da cui non si può sfuggire. Almeno non può sfuggirvi chi come me da oltre venticinque anni legge quel giornale da “militante” esterno a “il manifesto”, da osservatore – se così posso dire – “di Partito” nei confronti di un quotidiano comunista che ha contribuito a condizionare la storia della sinistra e del progressismo in Italia.
Per questo la lettura dell’intervista rilasciata dalla fondatrice al “suo” giornale è imprescindibile e suscita delle riflessioni che sono un necessario stimolo non solo meramente culturale ma che dovrebbero estendersi al campo dell’analisi critica più propriamente detta e, quindi, essere patrimonio della sinistra che ancora rimane in Italia.
Scrive Rossana Rossanda che laddove esiste sfruttamento, miseria, povertà e, quindi, dove esiste il capitalismo solennemente applicato nella sua forma liberista moderna, ebbene lì dovrebbero riscontrarsi tracce di ribellione, di critica forte, senza appello.
Invece, come dare torto all’intellettuale marxista, di questa voglia di rivolta sociale non si trova traccia in Italia. E’ un punto di partenza che mi trova pienamente concorde nel definire successivamente la necessità di una ricostruzione dei canali di comunicazione politica e di interazione a sinistra: senza un ritorno alla percezione concreta dei rapporti di forza, quindi senza una piena attenzione a come i poteri economici si muovono nella società in cui viviamo, non può esservi alcuna rinascita di una coscienza di classe.
L’individualismo ha prevalso grazie alla fine di quello stato-sociale di stampo keynesiano che era stato un prodotto felice dei paesi dell’Est ed anche di mediazioni ad Ovest della Cortina di ferro, dove importanti presenze politiche comuniste, di alternativa a questa società, erano riuscite a mettere davanti al complesso dei valori del mercato quelli fondati sull’egualitarismo come fondamento della democrazia statuale.
Certo, il tutto si giocava sul compromesso non stornabile dell’incontro tra dominio della classe padronale e borghese e rivendicazioni proletarie che veniva declinato proprio nella lotta che nasceva e cresceva nei luoghi di produzione e veniva gestita da un sindacato non priva di una identità di classe.
Oggi il keynesismo è un lontano ricordo e il comunismo, variamente inteso a seconda delle egoistiche e personali interpretazioni di comodo, sembra quasi una bestemmia, una perdita di tempo più che altro relegabile in un neo-nostalgismo che non si rifà al mondo sovietico ma torna alle origini, a quell’utopia del “sogno di una cosa” di cui Marx parlava a Ruge.
Il logoramento dei valori democratici fondati su un riferimento egualitario, quanto meno “socialdemocratico” nel senso più nobile e aderente ai princìpi su cui un tempo si fondava l’essere socialista e democratico, trova la sua migliore resa fenomenica nel risultato del partito che più ha contribuito a questa distorsione, all’annichilimento del tutto nel niente, della verità sociale nella finzione liberista: il PD.
La catastrofica discesa agli inferi del residualismo politico, lambito con il risultato elettorale devastante dello scorso 4 marzo, ha forse fatto tremare vene e polsi anche a chi sperava che qualche milione di persone povere e sfruttate ancora si rivolgesse al Partito democratico come “forza di sinistra”, badando al ruolo di “male minore” nel contesto di un tripolarismo giocato da destre diverse, non unite ma simili nel non essere per niente alternative al sistema che pretendono di contestare (nel migliore dei casi) o di riformulare (nel peggiore dei casi…).
Rossana Rossanda, dunque, afferma che a sinistra occorre tempo per valutare i risultati davvero poco lusinghieri (sia consentito questo gentile eufemismo) ottenuti dalla sinistra più moderata di LeU e da quella più intransigente rappresentata da Potere al Popolo!. Che tutto vada debitamente contestualizzato è elementare, persino banale da osservare.
Tuttavia la preoccupazione maggiore che, per quanto mi riguarda, ne deriva è che non ci si renda conto che, pur nelle differenze debite tra il non ancor nato partito di Grasso e la microforza politica nata sulla scia di un entusiasmo centrosocialista molto lontano dalla dura realtà dei fatti politico-sociali che vengono vissuti dalla mediazione anche culturale delle nostre vite (chiamiamola “percezione concreta del punto di incidenza di una forza politica”: in poche parole, la sua utilità!), esiste una comune disgrazia perché comune è il riferimento sociale cui si rivolgono da angolature differenti in quanto a strategia successiva.
Siccome nessuno ha raggiunto questo punto strategico di gestione del potere, tanto meno da parte di un popolo che non segue chi si proclama tribuno della plebe in nome suo senza averne nemmeno una discreta schiera dietro, è evidente che va ripensata tanto la partenza di entrambe le esperienze quanto l’arrivo.
Non serve ragionare con slogan puerili per autoconsolarsi della disfatta affermando che in realtà l’arrivo allo sfracello è in verità il vero punto di partenza.
Confondere i desiderata che ognuno porta nel suo bagaglio di speranza con la realtà cruda dei fatti è un primissimo grande errore da non fare.
Del resto, sarebbe anche ingeneroso non riconoscere che un tentativo dal basso è stato fatto ma che è rimasto in quel “basso” e non è riuscito a catalizzare attenzione su un progetto ambizioso, fatto di un programma tenace e meraviglioso al tempo stesso che non fa altro se non ricalcare ciò che Rifondazione Comunista dice da quando è nata, considerando gli opportuni adeguamenti nel tempo.
Perché un conto sono i programmi massimi cui tutte e tutti noi comunisti, donne e uomini della sinistra di alternativa vogliamo ispirarci e mantenerci fedeli: altro conto sono le prospettive storiche cui dobbiamo guardare come un Giano Bifronte.
Chi pensa di cancellare la storia quasi trentennale di una forza politica come Rifondazione, dalla quale sono praticamente nate tutte le forze politiche che si vantano di essere “a sinistra del PD” con scissioni fatte per lanciare in campo una moderna sinistra mai vista, sentita e percepita come tale dai lavoratori, dagli studenti e dagli sfruttati in generale, chi ritiene che ciò serva a resettare una storia infelice, fatta di sconfitte per autoconsolarsi con il “punto di partenza” frutto del disastro peggiore sul piano sociale, politico ed elettorale che proprio la nostra storia di comunisti ricordi, compie in ciò un ulteriore passo verso una dispersione di una comunità che deve essere mantenuta viva nonostante i suoi numeri ristretti che sono frutto di un più ampio processo politico dei nostri tempi.
Dunque, ha ragione Rossana Rossanda: ci vuole tempo. Ma il tempo va utilizzato bene, scartando le illusioni frutto di non-analisi, frutto di facili entusiasmi privi di una vera scuola di vita politica, di una palestra energetica fatta di due elementi non separabili: la crudeltà del sistema capitalistico-liberista che ha rimesso in moto una bella spinta emotiva generazionalmente giovane (ma non solo), che si esprime nei livelli di sfruttamento che questi ragazzi, che quarantenni come me, vivono ogni giorno, con un ritorno allo studio non solamente didattico, ma inteso semmai come momento strutturale di una presa di coscienza grazie ad una visione più ampia della storia che ci ha condotto sino a questi livelli di sfruttamento delle menti e dei corpi degli esseri umani (e viventi in generale) allo scopo di produrre sempre più profitto per sempre più pochi individui sulla terra.
Non si possono scindere quotidianità dello sfruttamento dallo studio dello sfruttamento stesso come inizio della coscienza critica verso il capitalismo.
In fondo, è una vecchia formula adottata da religiosi e laici di differenti secoli: “Ora et labora”, “Pensiero e azione”.
Ci vuole un giusto equilibrio per far rinascere la sinistra di alternativa: un dosaggio equipollente che nessun scienziato pazzo della politica troppo dedito al governismo o troppo incline all’isolazionismo autoreferenziale può generare.

MARCO SFERINI

5 aprile 2018

foto tratta da Pixabay

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