Gay, obamiano e a favore dei trattati con Iran e sul clima

Casa Bianca. Pete Buttigieg è il trentasettenne sindaco di una piccola città nell’Indiana, South Bend, e inizia la campagna ribaltando la politica estera di Trump, dall'Iran al clima
Pete Buttigieg, candidato democratico alla corsa per la Casa Bianca

Pete Buttigieg, il sindaco trentasettenne di South Band in Indiana, e candidato alla Casa bianca, continua a sorprendere e a crescere nei sondaggi, portando avanti posizioni definibili come «obamiane», di buon senso moderato, che nel panorama della politica Usa attuale sembrano un miracolo, e batte tutti i rivali svelando il suo programma di politica estera.

Parlando all’università dell’Indiana, mayor Pete ha illustrato un’agenda dettagliata: incominciando dai trattati. Buttigieg ha proposto di ripristinare sia l’accordo con l’Iran sul nucleare che quello di Parigi sul clima; di tornare all’appoggio alla Nato tanto invisa a Trump; di improntare con la Cina un dialogo fermo ma senza brandire i dazi come arma, e con la Corea del Nord di lavorare a un piano più graduale evitando le «lettere d’amore ai dittatori»; di riconoscere in Israele l’interlocutore mediorientale privilegiato ma senza concedere neanche un soldo dei contribuenti americani al suo governo di destra se annetterà parti della Cisgiordania; di cessare la «guerra senza fine» in Afghanistan e infine di affrontare «la minaccia chiara e presente» del cambiamento climatico.

Buttigieg ha disegnato un’immagine degli Stati uniti più internazionalmente collegati rispetto alle politiche dell’America First di Trump. «La globalizzazione non andrà via – ha detto il sindaco – Il mondo ha bisogno dell’America, ma non di una qualsiasi America, non di un’America che si è ridotta a un solo altro giocatore, aprendosi la strada attraverso una mischia mondiale amorale per un piccolo vantaggio».

Buttigieg si è scagliato contro Trump per il modo in cui conduce la politica estera con capricci e tweet di pancia, in un discorso che sottolinea il suo messaggio di cambiamento generazionale e che sembra essere mirato a placare i dubbi di quella fetta di elettorato dubbioso sul fatto che abbia l’esperienza e la maturità necessarie per essere il commander in chief della superpotenza nordamericana.

Tanto più in una gara che presenta candidati con molta più esperienza in fatto di politica estera, e che lo mette a confronto con Joe Biden, che ha servito otto anni come vicepresidente, al senatore Cory Booker membro del comitato per le relazioni estere, al Bernie Sanders che ha affinato per lungo tempo la sua posizione anti-interventista basato sull’opposizione alla guerra in Iraq e all’attuale guerra in Yemen.

L’esperienza politica di Buttigieg, invece, è limitata a due mandati come sindaco di una città di medie dimensioni, e all’inizio della sua campagna è stato criticato per essersi presentato definendosi in base alla personalità piuttosto che alla proposta politica.
Il suo discorso all’Indiana University di Bloomington, è fino ad ora il suo discorso più incisivo, ma ne faranno seguito altri visto che ha tenuto a specificare: «Non aspiro a consegnare una completa dottrina Buttigieg oggi».

Mentre il candidato più giovane proponeva una visione politica se non infiammatoria quanto meno razionale, i due candidati senior, Biden e Trump, in Iowa si sono affrontati a distanza durante una serie di eventi separati che si sono trasformati in un festival di insulti, in cui Biden ha chiamato Trump «minaccia esistenziale» per il Paese, mentre Trump ha tirato fuori il suo vecchio appellativo «Sleepy Joe», per poi aggiungere che «tutta la sua campagna è rivolta a colpire Trump. Quando un uomo deve menzionare il mio nome 76 volte in un discorso, significa che è nei guai. È un manichino debole mentalmente».

MARINA CATUCCI

da il manifesto.it

foto tratta da Wikimedia Commons

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