Franco Serantini, un giovane anarchico contro ogni ingiustizia

Franco Serantini è uno di quei “figli di nessuno”, cantati dagli anarchici di inizio secolo e nella lotta partigiana, che sono divenuti dopo la loro morte figli di tutte...
Franco Serantini

Franco Serantini

Franco Serantini è uno di quei “figli di nessuno”, cantati dagli anarchici di inizio secolo e nella lotta partigiana, che sono divenuti dopo la loro morte figli di tutte le donne che lo hanno pianto, ricordato e a cui hanno voluto bene. La sua vita è segnata come tutte dal caso, dal “fato”, ma su di lui il fato si accanisce con la forza brutale di tutti quegli apparati dello Stato che dovrebbero essere volti alla sicurezza del cittadino e che, invece, molto spesso divengono avamposto di repressione.

È un giovane libero Serantini, è un giovane che conserva in se stesso un codice genetico libertario anche nel proprio nome: quando lo devono registrare allo Stato civile di Cagliari (dove nasce il 16 Luglio del 1951) è un maresciallo dei carabinieri a chiamarlo pressappoco come uno scrittore di cui stava leggendo una novella, tale romagnolo Francesco Serantini. Prende vita così il cammino di vita di Franco Serantini: abbandonato al brefotrofio, vi resta per due anni: viene infatti dato in affidamento a due coniugi siciliani: la madre adottiva però muore per un male incurabile e Franco è costretto all’affidamento ai genitori della sfortunata donna. Il suo passare di casa in casa non è ancora finito: non ha ancora dieci anni quando è trasferito all’istituto “Buon Pastore”, nella periferia di Cagliari. Termina le scuole elementari assistito dalle suore che lo mandano poi alla scuola media “Giuseppe Manno”.

Tutti dicono che sia un ragazzo chiuso in se stesso, taciturno, infelice. Ma nessuno valuta l’ambiente che circonda Serantini: un ambiente clericale, ostile alla sua mente già vivida di libertà, di spazi aperti, di forti sensazioni di amore per il prossimo, per quel popolo che ha già cominciato a conoscere nella miseria comune. Comincia infatti ora a dare segni di insofferenza: non vuole studiare, marina la scuola e si mostra ribelle con le suore. Si scontra anche con i coetanei e non dà alcun credito alle prediche dei presidi che gli ridondano nella testa, con voce da “pater familias”, cosa debbano rappresentare le suore per un trovatello come lui… Non ci sta Franco, sembra ribellarsi persino alla sua stessa sorte e, alla fine, lo farà fino all’estremo punto di non ritorno.

La sua ribellione continua al punto che le suore del “Buon Pastore” si rivolgono al Tribunale per i minorenni: «Non possiamo più tenerlo» dicono al giudice. Così, per fargli del bene ulteriore, lo rinchiudono in un riformatorio. Lascia a questo punto l’isola di Gramsci: porta con se la sua istintiva libertarietà, pochi ricordi che dimenticherà presto e un bagaglio di studi che non ha mai terminato. Lo mandano all’istituto di rieducazione maschile “Pietro Thouar” di Pisa dove gli applicano un regime di semi-libertà: può mangiare e dormire in istituto e può uscire il resto del tempo. Anche qui mostra la sua ribellione verso le istituzioni: «Siccome lo Stato mi ha chiuso qui – dice – desidero avere tutto ciò che mi è dovuto». Ma quando gli danno un paio di scarpe nuove se ne stupisce: «Sono mie?», esclama con grande meraviglia e aggiunge: «Mi spettano veramente?».

In questa sua vita tormentata, dislocata in famiglie improvvisate, istituti in cui è lui a doversi totalmente adattare al tutto, sempre, Franco sviluppa una grande solidarietà umana: i ragazzi di Pisa lo stimano perché è sempre disponibile verso tutti e verso tutto, ma è anche pieno d’orgoglio, fiero e questo non gli attira le simpatie dei superiori. Pisa è un contesto di effervescenza sociale: è una città anzitutto di tradizione mazziniana, anticlericale e tendenzialmente vicina all’anarchismo. Nel 1968 Rossana Rossanda scrive: «Pisa parte da una rielaborazione della tematica classica del movimento operaio, che infatti collocherà il movimento pisano all’interno o a cavallo di formazioni politiche esterne, dal PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) a una certa dissidenza comunista, alcuni gruppi marxisti-leninisti, i “Quaderni rossi”, ed i comunisti stessi». Pisa è una città difficile da prendere politicamente, ma Franco comincia ad avvicinarsi ai gruppi extraparlamentari. Il PCI è in difficoltà, tanto che la sezione del centro viene sciolta per una dissidenza “da sinistra”, mentre le motivazioni della Federazione provinciale parlano di esigenze amministrative. Forte è l’attività di Potere Operaio i cui leader sono Luciano Della Mea, Adriano Sofri, Gian Mario Cazzaniga e Romano Luperini. E il 1968 è l’anno proprio di Potere Operaio: gli studenti dell’università sono vicini alle posizioni estreme di Sofri e Cazzaniga, si lanciano in proteste accese che vengono represse anche con processi molto duri. L’accusa che parte verso Potere Operaio, da vari settori di sinistra, è quella di esercitare un estremismo infantile, di avventurismo, velleitarismo, di tecnica della provocazione. Un fervido dibattito interno trasformerà poi questa formazione in un’altra: “Lotta continua – per il Comunismo”.

Franco, mentre si succedono questi eventi, prende la licenza media, finalmente mostra amore per lo studio, anzi: per la conoscenza. Diviene esuberante: un ragazzo che avrebbe bisogno d’aiuto come lui lo porge invece agli altri. È un ragazzo come tutti, ma certamente più serio della sua età. Il suo arricchimento di sapere è anche caotico: legge di tutto e si avvicina persino a gruppi religiosi, ma la sua strada è chiaramente un’altra. Un bellissimo ricordo del suo preside di allora che dice: «Quando cercavo di frenare la sua irruenza e il suo entusiasmo, dicendogli che avevo paura per lui, mi rispondeva che non aveva nulla da perdere e che la vita non gli interessava in se e per se, ma la voleva spendere per l’affermazione dei suoi ideali».

Su un quaderno dalla copertina nera, come il colore dell’anarchia, incolla articoli di giornali, scrive pensieri propri e quando alla FGCI e alla FGSI (le federazioni giovanili del PCI e del PSI) insiste per parlare di Valpreda e della strage di Stato, si infuria perché lo mettono a tacere. Entra così a far parte del nucleo di militanti di Lotta Continua, in via Palestro. Uno dei primi giovani compagni che conosce è Sauro Ceccanti, fratello di quel Soriano ferito alla “Bussola”. Passa delle buone giornate con Sauro e gli altri: trova un lavoro presso una ditta che ha un appalto di perforazione schede. La mattina va a scuola e al pomeriggio studia. Guadagna cinque lire a scheda perforata. È attento, preciso e non delude il principale. Si compera anche un motorino, un “Ciao” usato di colore blu e la sua passione per i libri aumenta: vorrebbe avere quasi tutti quelli che vede. Legge Salvemini, i testi anarchici del principe russo Kroptkin, di Cafiero e di Malatesta. Il suo passaggio da Lotta Continua agli anarchici è di questo periodo: vede nei militanti di LC una voglia “egemonica” e non la tollera. Anarchia, dunque. L’ultima svolta prima del tragico epilogo della sua vita.

L’ambiente anarchico è l’ideale per Franco, si sente a suo agio davvero: forse per la prima volta nella sua esistenza. Poiché non conosce molto del pensiero anarchico sviluppato da Bakunin e da Proudhon, ne legge le opere e studia anche a fondo la Rivoluzione d’Ottobre. La sede della FAI (Federazione Anarchica Italiana) è in via San Martino. Vi sono pochi giovani: Enrico, Rita e Massimo. C’è anche un anziano anarchico di ottantotto anni, si chiama Nilo. La sua presenza offre ai ragazzi anarchici un segno di sicurezza paterna. Il gruppo in cui milita Franco è intitolato al povero Pinelli. Siamo nel 1972. Con i compagni stila molti volantini che, con parole semplici, esprimono però la profonda umanità dell’anarchismo: all’oppressione dello Stato contrappongono l’autogestione sociale, inneggiando alla rivoluzione proletaria, alla lotta di tutti gli sfruttati.

Arrivano i mesi di intensa attività per la campagna elettorale che si concluderà nei primi di Maggio: la Democrazia Cristiana inneggia alla difesa dell’ordine pubblico, facendo concorrenza al Movimento Sociale Italiano, mentre il Partito Comunista Italiano non mostra un atteggiamento di frontale contrapposizione alla DC. Il clima politico si incendia il Primo Maggio quando una manifestazione di Lotta Continua viene ostacolata dalle istituzioni e, quindi, proibita. Si scatena una specie di “caccia alle streghe” che porta alla perquisizione di case dove si cercano armi… e la tensione si alimenta e cresce esponenzialmente.

Il 7 Maggio si vota e Pisa è coinvolta come non mai in questa tornata elettorale: giovedì 4 Maggio si svolgono comizi elettorali della DC, del PSI, de “il manifesto” con Lucio Magri, del PRI e del PCI. C’è una nenia cattiva che aleggia per la città: si temono scontri per la giornata di chiusura della campagna elettorale: in largo Ciro Menotti sono previsti due comizi. Uno dell’onorevole Meucci alle nove di sera e uno del missino Giuseppe Niccolai alle sei di sera. Lotta Continua vuole impedire che il fascista Niccolai parli a Pisa. Esce un comunicato trasformato anche in manifesto pubblico: “Il ducetto Giuseppe Niccolai, protetto dagli industriali, pagato e imbottigliato dal ‘barone nero’ Ostini, padrone dell’acqua d’Uliveto, si è piccato di parlare a Pisa. Cascasse il mondo su un fico il fascista Niccolai a Pisa non parlerà. Venerdì, ore 16 tutti in piazza Garibaldi”.

Franco e gli anarchici accolgono l’invito di Lotta Continua e partecipano alla contestazione del comizio fascista. In piazza i missini urlano “Italia, Italia”. Saranno circa duecento. Il deputato Niccolai parla per un’ora e mezzo. Ma non è un comizio tranquillo il suo: una cittadina, Morena Morelli, va sotto il palco, lo sbeffeggia e gli dà del fascista. Risultato: viene arrestata. Franco è insieme ai suoi compagni: contestano a viva voce il comiziante, non gli danno tregua. Intonano l’Internazionale e Bandiera rossa e cercano di pararsi dalle prime cariche della polizia. Volano persino dei candelotti lacrimogeni verso le vetrate del palazzo comunale, tanto che il sindaco esce a protestare vivacemente con il questore.

La polizia comincia a caricare pesantemente i manifestanti: li picchia ripetutamente e cerca di disperdere la folla, per permettere al fascista Niccolai di terminare il suo sproloquio. In pochi attimi la città si trasforma in una caccia al “comunista”: camionette della polizia si scagliano contro i manifestanti. Franco viene raggiunto sul Lungarno Gambacorti. Si buttano su di lui una decina di celerini: lo picchiano con una ferocia inaudita e lo gettano su una camionetta in stato di arresto. In carcere Franco avrebbe bisogno di cure mediche serie: non ha un osso sano, dalla testa ai piedi. Pare quasi in coma. Ma nessuno, nessuno fa nulla…

Lo interroga un sostituto procuratore di nome Giovanni Sellaroli. Difensore d’ufficio è l’avvocato Antonio Cariello. Gli domandano se ha lanciato contro la polizia delle pietre o altro materiale. Franco risponde che non ricorda bene quanto è avvenuto. Gli chiedono perché abbia partecipato alla manifestazione contro Niccolai. Risponde: «Ci andai perché ci si crede». Gli chiedono in che cosa creda: «Sono anarchico», risponde icasticamente. Prosegue il verbale: «Fui arrestato nel corso di una carica, mentre scappavo. Mi giunsero addosso una decina di poliziotti e mi colpirono alla testa. Accuso infatti dolori al capo ancora attualmente. Non credo di aver insultato la polizia. Uno dei poliziotti che mi fermò sostiene che io l’abbia chiamato porco, ma non credo di averlo fatto, perché non è la mia frase abituale. Non credo di aver avuto tra le mani pietre o bottiglie incendiarie ieri sera; anche perché persi gli occhiali e non sarei stato in grado di lanciarli».

Sta sempre più male Franco non riesce neanche a tenere la testa su. Al magistrato risponde col capo chino sul tavolo. Lo ricacciano in cella di isolamento, la cella numero 7. Non riesce a mangiare e non se la sente di uscire nelle ore d’aria. Gli unici che capiscono che il ragazzo sta davvero male sono gli scopini. Ma nessuno li ascolta… Franco viene completamente abbandonato al suo destino: la morte di lì a poche ore. Alle 8.30 del 7 Maggio, il giorno delle votazioni, Franco Serantini peggiora sempre più: lo trasportano al pronto soccorso del carcere. In sala operatoria gli somministrano ossigeno e gli viene fatta la respirazione artificiale. Ma tutto ormai è inutile, il giovane sta morendo. Alle 9.45 Franco muore. Il certificato medico del dottor Alberto Mammoli parla di “emorragia cerebrale”.

La notizia della sua morte si diffonde presto: anche il PCI, dopo un primo sbandamento, manda a Pisa Pajetta e Cossutta per gestire la difficile situazione creatasi. I carcerieri tentato anche di dargli sepoltura “saltando” qualche norma, per evitare che si scopra che quella morte non è “naturale”, ma provocata da polizia e carcere. Per nascondere, insomma, un omicidio: è un trovatello, in fondo, chi può venirne a reclamare la salma? Ma non tutte le ciambelle riescono col buco… Alle 16.30 del 7 Maggio un funzionario della direzione del carcere si presenta al Comune di Pisa: consegna una denuncia di morte e richiede l’autorizzazione a trasportare il cadavere. Ma sul certificato di morte manca il necessario nulla osta della Procura della Repubblica e non sono passate quelle 24 ore che la Legge prevede per l’inumazione.

Così la verità non viene sepolta con Franco stesso, e la denuncia del suo omicidio si fa sempre più eco nella frastornata Pisa. Più di 3.000 persone partecipano al suo funerale: ci sono tutti gli anarchici della Toscana, i giovani del “Pinelli” in prima fila, i comunisti, i socialisti, i repubblicani e gli antifascisti liberali. Ci sono Luciano Della Mea e tante donne a simboleggiare quella madre che Franco non ha mai conosciuto. Il vecchio anarchico Nilo piange sul suo fazzoletto rosso e nero da combattente della guerra civile spagnola e ricorda quel ragazzo con i riccioli neri che frequentava la sede anarchica. Cafiero Cinti, un altro vecchio anarchico, saluta Franco per l’ultima volta. È un ferroviere in pensione, dice poche parole commosse: «Franco, siamo qui. Ti siamo sempre stati vicini, la tua lotta è stata la nostra lotta». Poi intona l’Internazionale e i pugni chiusi si levano al cielo.

La triste storia di Franco Serantini porta al paragone con quella di Carlo Giuliani. Entrambi amavano gli oppressi e avevano un solo odio dentro di se: quello verso l’ingiustizia. L’ingiustizia di ieri, di oggi, l’ingiustizia piccola e grande, l’ingiustizia sotto qualsiasi colore, l’ingiustizia come assenza di diritti, di bisogni, come presupposto per l’impossibilità di vivere degnamente la vita.

Grazie Franco, grazie Carlo! Nessuna vita è mai trascorsa invano quando esprime una volontà di lotta così forte e precisa.

MARCO SFERINI

agosto 2003

categorie
La memoriaLo scaffale della storia





passa a…



altri articoli