Facciamoci del male, episodio…. stagione…?

Stagione “Facciamoci del male” numero… ormai dimenticato, viste le tante stagioni in cui ci siamo fatti del male in nome di una limitazione dei danni, del “meno peggio” da...

Stagione “Facciamoci del male” numero… ormai dimenticato, viste le tante stagioni in cui ci siamo fatti del male in nome di una limitazione dei danni, del “meno peggio” da scegliere in cabina elettorale, del più sostenibile – non tanto sul piano ambientale ed ecologista – in materia di maggiore avvicinamento a quelle che erano e rimangono determinate prese di posizioni su questi considerate “strategiche”.

Una di queste è il TAV, il treno ad alta velocità, la linea ferroviaria che dalla Francia passerebbe per la Valle di Susa forando per 57 chilometri le montagne e producendo un impatto antiambientale a cascata che tutti i soloni fautori del “progresso” e della necessità di una opera che “non riguarda solo il Piemonte o una valle, ma l’Italia intera”, negano.

Zingaretti, nuovo segretario del PD, come primo atto pubblico ha pensato di sfidare Salvini su un terreno di prossimo confronto: le regionali piemontesi con ricadute pesanti sulle europee (e viceversa) e lo ha fatto andando a magnificare le sorti del TAV, asserendo che il blocco dei bandi è addirittura “criminale”.

Non è facile smistare buoni e cattivi pensieri quando si fa politica quotidianamente o se ne scrive anche soltanto su un sito online svincolato da qualunque dipendenza: non è facile perché il pregiudizio, sotto forma di “idea politica” stessa, fa capolino e si insinua proprio nella mente e induce all’errore.

Zingaretti si è proposto come il candidato alla segreteria PD che voleva e vuole mettere in campo la maggiore discontinuità possibile proprio col recente passato del suo partito: dalla rottamazione renziana alla “ditta”, dai governi tecnici montiani a quelli che sono seguiti.

Ma nei fatti poi, in una lunga intervista rilasciata al quotidiano “La Stampa”, conferma una condivisione pressoché completa delle scelte fatte in passato: a cominciare proprio dal TAV attorno al quale girano grandi interessi industriali (quindi grandi profitti) che vengono sempre spacciati per un generico “benessere” della nazione.

Ho ascoltato Luigi de Magistris in un minuto e mezzo di intervista raccolta dal “Corriere di Siena”, ma davvero non capisco come possa il Sindaco di Napoli pensare che Zingaretti rappresenti un tentativo di innovazione nel e del PD. Abbiamo già assistito al “caso TAV”.

La lettura dell’intervista di ieri su “La Stampa” è stata per me disarmante e allarmante. Se questa è la “fase nuova”, non ci potrà a mio avviso mai essere alcun dialogo con il PD.

Pensavo però che la stagione del dialogo anche ipotetico con costoro fosse stata archiviata: non nel nome di un settarismo che non condivido, ma nel nome della costruzione di una sinistra di alternativa che tarda a venire, che esaspera i compagni e le compagne e che riduce forze residue ma importanti (nonostante tutto) come Rifondazione Comunista ad un ruolo di mediazione che può smettere di avere visto che il “modello Firenze” PaP sembra proprio non prenderlo in considerazione sul piano nazionale.

Per le elezioni europee e per quelle piemontesi è necessario mettere in essere un primo passo verso una inversione decisa di tendenza a quanto fatto fino ad oggi tanto da Rifondazione Comunista quanto da Sinistra Italiana a livello nazionale e regionale: serve una unità che parli alla gente prima di tutto e che, davanti alla proposta politica di un PD che sta già tentando la carta della “verginità” e del rinnovamento creato da un ringiovanimento ideal-idealistico rispetto alla crisi che attraverso l’esecutivo.

Sento dire che dobbiamo recuperare il “nostro popolo” e che le primarie del PD (benché molto inferiori di numero rispetto ai tre milioni e mezzo di epoca renziana in quanto a partecipazione) sono un segnale che dobbiamo cogliere necessariamente.

Credo che su ciò esista un grande equivoco: siamo innanzi ad una deformazione anche mentale di tante persone che ritengono di scegliere un segretario e che, invece, scelgono solo ciò che viene proposto loro da un apparato di partito che ha deciso su quale linea puntare dopo i fallimenti precedenti.

Il “popolo delle primarie”, del resto, non è nemmeno il “nostro popolo”: è un sincretismo di posizioni confuse, di gente che ha votato certamente a destra e si è pentita ed anche di condizionamenti esterni portati avanti da chi ha interesse ad incrementare una linea piuttosto che un’altra.

Non credo nelle primarie e nella loro affluenza come esempio lanciato dal “popolo” verso noi o come segnale di allarme di una partecipazione chiesta che poi alle elezioni si rivela sempre sotto il 50% con un flusso di voti che si indirizzano ovunque tranne che nelle fallimentari proposte politiche che noi comunisti, quando ne siamo capaci, riusciamo a mettere in campo.

La Sardegna è lì a dimostrarcelo.

Io auspico davvero, ormai, una palingenesi che ci porti ad una catarsi individuale e collettiva. Perché ci siamo tutti incartapecoriti, rattrapiti su montagne di scorie politiche fatte di contrapposizioni rancoristiche che non ci permettono di valorizzare le capacità che abbiamo e di ricostruire una nuova generazione di comuniste e comunisti, di gente di sinistra che riprenda in mano un lavoro di recupero di valori che, dal 1848 ad oggi, hanno segnato progressi sociali importanti.

Battere le destre è necessario, su un terreno prima di tutto culturale perché oggi più che mai la politica ha bisogno di nutrirsi di una rialfabetizzazione che manca da troppo tempo: nelle strutture di partito ci si è persino dimenticati dei “fondamentali”, del perché siamo comunisti, di cosa vogliamo, non genericamente parlando, ma di quale è il nostro obiettivo di lotta a cui, sovente, abbiamo dedicato una vita intera.

Abbiamo dimenticato che i rapporti di forza vanno tenuti in conto non per adeguarci a loro ma per provare a condizionarli.

Provare a dialogare con ciò che di volta in volta si mostra (o pretende di diventare) un rinnovamento della politica in chiave sociale per la venuta di questo o quell’uomo o donna nuovi, è una corsa estenuante che ci ha logorato per troppo tempo.

L’area di interesse strategico del PD rimane quella di prima. Una pennellata di bianco per farla apparire più splendida agli occhi di una popolazione stanca ma anche risoluta e ingenua, molto infantile e quindi priva di cultura sociale, politica e persino civica, nel mutare voto dall’oggi al domani.

Dal PCI al PDS, dal PDS a Forza Italia, da Forza Italia al renzismo, dal renzismo ai Cinquestelle da questi di nuovo al PD.

E’ un elettorato certamente costretto al disamore verso una politica che lo ha tradito sempre: noi compresi quando ci siamo illusi di poter condizionare da sinistra tutto questo.

Però, dobbiamo dirlo, quello italiano è un popolo dal trasformismo facile: si pensava passata questa stagione quasi risorgimentale, indubbiamente in voga nei primi cinquant’anni dell’Italietta cosrtruita tra spinte democratico-mazziniane e conservatorismi cavouriani, quando per cinquant’anni successivi al ventennio fascista ci fu la nascita e la crescita delle benedette (lo dico seriamente) ideologie. Quindi di grandi assi di portata di coscienza collettiva ispirati da ideali veri e propri, da visioni di società antitetiche che però avevano al centro l’interesse del bene comune.

Poi ha prevalso la logica del potere piegato al profitto e tutto è nuovamente degenerato in una involuzione corruttrice che ha restituito al cosiddetto popolo una politica che per troppo tempo era stata “costume” veramente comune descritto da abili registi e attori: basterebbe scorrere i titoli dei film di Dino Risi, alcune delle maschere interpretate da Alberto Sordi per cogliere tutta l’italianità di una perversione del potere neppure così richiesta all’eccesso dal capitalismo stesso.

Pensare di condizionare da sinistra le moderne giravolte di questo capitalismo italiano straccione che produce una sovrastruttura politica altrettanto miserevole, è una illusione indegna di chi può considerarsi ancora marxista e lo deve fare portando rispetto ad una storia e ad una analisi scientifica incontestabile e incontrovertibile.

La strada della sinistra di alternativa è dunque a breve termine quella di una unità pragmatica ma non pragmaticista (dogmaticamente parlando) e, poi, superate le europee sarebbe necessario rimettersi in discussione tutte e tutti: perché con gli attuali assetti si fa davvero poca, pochissima strada anche se si supera l’agognata asticella del 4% per entrare nel Parlamento di Strasburgo.

MARCO SFERINI

6 marzo 2019

foto tratta da Pixabay

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