Ergastolo, la sentenza della Consulta è una garanzia per tutti

Uno Stato forte, autorevole, autenticamente democratico non può tollerare una pena eliminativa. L’ergastolo ostativo, ossia l’ergastolo senza alcuna prospettiva di rilascio, è infatti una pena di tipo eliminativo. Cancella...

Uno Stato forte, autorevole, autenticamente democratico non può tollerare una pena eliminativa. L’ergastolo ostativo, ossia l’ergastolo senza alcuna prospettiva di rilascio, è infatti una pena di tipo eliminativo. Cancella una persona dalla società vera, libera, per sempre.

Non è in questo senso troppo diversa dalla pena di morte. La decisione della Corte Costituzionale dunque, oltre a essere profondamente giusta, è anche inevitabile. Una pena fino in fondo eliminativa non potrà mai assolvere a quella funzione rieducativa che l’articolo 27 della Costituzione gli attribuisce.

L’articolo 27 non dice che la pena deve rieducare solo alcune persone. Afferma che deve tendere alla rieducazione di tutti e che per tutti deve essere conforme a umanità. La Corte Costituzionale, così come aveva già fatto la Corte europea dei Diritti umani nel caso Viola, ha recuperato quel principio di universalità che l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario aveva invece ampiamente derogato.

La pena non deve essere pura afflizione. Non è costituzionalmente ammissibile. L’ergastolo ostativo, nel momento in cui condiziona un’ipotesi seppur residua di ritorno in libertà alla sola collaborazione con la giustizia e non anche al percorso di risocializzazione, va a confliggere con principi inderogabili dello Stato di diritto e dei sistemi penali liberali contemporanei.

Si tratta di conquiste oramai presenti in quasi tutto lo spazio europeo e ribadite dalle Corti supreme in non poche occasioni. Tutti i giudici e gli investigatori che sono impegnati nella sacrosanta lotta alle mafie non devono temere decisioni di giudici costituzionali che si limitano a disegnare i confini del potere di punire. È ciò una garanzia anche per loro, oltre che per la tenuta dell’intero sistema.

È una sentenza che non smantella l’impianto antimafia della nostra legislazione. In primo luogo perché non sostituisce all’automatismo della pena dell’ergastolo un’uscita anticipata altrettanto automatica degli ergastolani. Affida ad altri giudici dello Stato italiano, ma anche a direttori di carcere e prefetti, una discrezionalità di valutazione intorno alla possibilità di un rientro in libertà per poche ore o per pochi giorni dopo decenni di pena scontata, talvolta in regimi detentivi duri. Viceversa, le prese di posizione di molti pubblici ministeri sembrano evidenziare una scarsa fiducia nei propri colleghi giudici di sorveglianza.

Inoltre, visto che la lotta alla mafia avviene con gli strumenti della cooperazione giudiziaria su scala europea, l’Italia rischia con il proprio exceptionalism penitenziario e penale di porsi in una condizione di retroguardia che potrebbe indurre giudici di altri Paesi a non estradare nel nostro mafiosi che devono scontare la pena dell’ergastolo.

Non è facile immaginarsi che il Parlamento modifichi la legge nella direzione auspicata dalla Corte. Però ci si aspetta quanto meno un rispetto profondo da tutti, politici e pubblici ministeri, per una decisione così autenticamente rispettosa della Costituzione.

PATRIZIO GONNELLA

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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