Erdogan, un flagello per la Turchia (e non solo)

La linea difensiva del presidente turco Erdogan fa un po’ acqua da tutte le parti. Esattamente come le accuse che rivolge di volta in volta, quando scoppia una bomba,...

La linea difensiva del presidente turco Erdogan fa un po’ acqua da tutte le parti. Esattamente come le accuse che rivolge di volta in volta, quando scoppia una bomba, contro i curdi. Sempre loro: brutti, sporchi e cattivi curdi che vanno all’attacco della sua splendida democrazia…
Una democrazia che, a quanto sostengono i russi, farebbe affari con il Daesh, con lo Stato islamico: armi e carri armati in cambio del petrolio proveniente dalle regioni in mano al califfo.
L’intera azione politica di Erdogan è priva di qualunque limpidezza, di qualunque linearità: la sua figura politica è quella di un satrapo che ha scalato il potere con conoscenze più o meno lecite. Dall’elezione a sindaco di Istanbul sino alla presidenza della repubblica fondata da Ataturk.
Erdogan è più che un conservatore: è un uomo di potere e per il potere. Ha chiamato i suoi partiti: “Partito del benessere” e, successivamente, “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo”. Ma di benessere, giustizia e sviluppo in Turchia se ne vede veramente poco.
La sua perfetta consonanza con Silvio Berlusconi faceva intendere già all’epoca che si trattava di un politico per interesse privato e senza alcun scrupolo ha continuato a soffocare brutalmente le proteste di piazza con repressioni poliziesche che hanno allontanato, almeno formalmente, la Turchia da quella “buona parvenza” di Stato democratico che si esige avere per far parte del cerchio magico dell’Unione Europea.
Le manifestazioni del 2013 a piazza Taksim hanno mostrato al mondo l’uso della forza spietata contro il popolo turco, ma la violenza esercitata dai governi di Ankara contro la popolazione curda è sempre stata nell’ombra: come può fare notizia una “giusta” repressione di chi viene bollato come “terrorista” perché rivendica il diritto a vedere un giorno indipendente il proprio territorio, quello dove vive da secoli e secoli e che, dopo le spartizioni post-belliche del primo novecento, è finito sotto l’egida del nuovo Stato turco dopo quasi seicento anni di dominazione ottomana? Non può fare notizia. Ma piazza Taksim ha fatto notizia. E da lì ha iniziato a brillare meno la lampadina che è il simbolo del partito di Erdogan. Una luce fioca, un po’ strozzata dalle tante ambiguità di un regime che fa di tutto per rimanere saldamente al potere.
La protezione degli Stati Uniti è d’obbligo: la Nato ha in Turchia un forte alleato e basi militari dalle quali può giocare a contrastare gli interessi russi e magari anche di altri paesi più lontani nel contesto del Medio Oriente.
E tutto questo emerge proprio nell’intricata vicenda della guerra civile siriana, della costituzione del Daesh e del complesso ingarbugliato scenario che si vive tra il Golfo Persico e il Mar Mediterraneo: un areo russo viene abbattuto dall’aviazione turca perché avrebbe sconfinato di pochi secondi in territorio turco, nel sud del Paese, proprio al confine con la Siria.
Muore un pilota di Mosca e parte l’indagine. Oggi gli alti comandi militari russi, Putin in testa, affermano di avere le prove del coinvolgimento del presidente Erdogan in un traffico di armi e petrolio proprio con quel califfato che dicono di voler combattere.
Niente di più facile, visto che quando a Kobane i curdi combattevano il Daesh sul lato meridionale siriano, la frontiera turca veniva inspiegabilmente aperta e i miliziani del califfo penetravano nella città curda da nord, praticamente alle spalle dei combattenti dell’Ypg, provando ad accerchiarli e annientarli.
Il consolidamento del fronte curdo e l’avanzata di questi giorni verso Aleppo (sotto protezione aerea russa), hanno costretto la Turchia a rinunciare all’apertura di quelle frontiere per dare scacco matto all’unico esercito veramente libero e presente in forza sia in Iraq che in Siria che sta combattendo l’Isis con tenacia e risolutezza.
Erdogan, dicevo all’inizio del pezzo, ha scelto una linea difensiva che fa acqua da tutte le parti. Dichiarare che “se provato” il fatto, “mi dimetto”, è già una ammissione di colpevolezza. Che cosa vuol dire? Che se non potesse essere provato allora il doppiogioco con l’Isis non esisterebbe?
Erdogan è pericoloso per la Turchia tanto quanto l’Isis lo è per i curdi e i musulmani. Ecco perché Stati Uniti ed Europa gli mostrano grande amicizia.

MARCO SFERINI

3 dicembre 2015

foto tratta da Pixabay

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