Easy Rider. Nati per essere selvaggi

L'opera prima di Dannis Hopper, inno di una generazione

Il Paese capitalista per eccellenza, gli Stati Uniti d’America, dalla prima metà degli anni sessanta era stato attraversato da importanti lotte: dalle proteste contro la Guerra in Vietnam a quelle per la libertà di parola nelle università, su tutti lo straordinario movimento “Free Speech Movement” a Berkeley, animato tra gli altri dall’italoamericano Mario Savio, fino ad arrivare alle mobilitazioni per i diritti degli afroamericani guidate da Malcolm X, freddato nel 1965, e Martin Luther King ucciso nel 1968.

1. il celebre pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos

Proprio nel ’68 si sviluppò la cultura underground (lanciata nel 1961 da Marcel Duchamp), crebbero le comunità hippy, si “liberarono” il sesso e la droga, cambiò la musica con l’affermarsi di una generazione di “ribelli” da Bob Dylan a Jimmy Hendrix, da Janis Joplin a Joe Cocker, dagli Steppenwolf agli Who, passando per Lou Reed e i Velvet Underground e Woodstook (15-18 agosto 1969). Cambiò anche lo sport con Cassius Clay divenuto Muhammad Ali, che nel 1967 si era dichiarato contrario alla Guerra nel Vietnam, e gli straordinari pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos ai Giochi olimpici di Città del Messico. Si “liberò” anche il cinema. Il ’68 aprì, infatti, le porte a quella che venne definita “New Hollywood” complice un film unico che denunciò la fine di un vecchio mondo cinematografico e l’avvio di quello nuovo, grazie a contenuti fino ad allora inediti e a forme nuove raggiunte attraverso una maggiore libertà dei registi rispetto ai produttori. Quel film era Easy Rider diretto da Dennis Hopper.

Nato a Dodge City il 17 maggio 1936, Hopper dopo aver debuttato come attore in Rebel Without a Cause (Gioventù bruciata, 1955), al fianco di James Dean diretto da Nicholas Ray e aver interpretato alcuni progetti realizzati da quel fenomeno di Andy Wahrol, nel 1967 prestò il volto ad uno spacciatore nel film The Trip (Il serpente di fuoco) per la regia di Roger Corman. La pellicola, che racconta la notte allucinata e allucinante di un uomo sotto effetto di LSD, venne scritta da un giovane con ambizioni registiche, Jack Nicholson (Neptune City, 22 aprile 1937) e interpretata da Peter Fonda (New York, 23 febbraio 1940), di lontane origini genovesi, che viveva in prima persona, spesso con la sorella Jane, la controcultura degli anni sessanta.

2. Il serpente di fuoco (1967) di Roger Corman

Alla presentazione de Il serpente di fuoco in Canada, Fonda raccontò a Hopper e Nicholson la storia di due motociclisti che spacciano droga per comprarsi due moto fiammanti, attraversano il Paese e vengono uccisi da due cacciatori. Nacque così Easy Rider, un film a basso costo che voleva portare sul grande schermo la controcultura, la ribellione, la generazione di “selvaggi”. Fonda decise di finanziare e interpretare il film, coinvolgendo Hopper per la prima volta alla regia e Nicholson per una piccola, ma importante parte. Al gruppo di “ribelli”, si aggiunse anche Terry Southern che aveva già collaborato con Stanley Kubrick per Dr. Strangelove (Il dottor Stranamore, 1964). Gli autori coniugarono alcuni elementi del nuovo clima politico e culturale come la musica, la ribellione, la droga, al tema classico del viaggio. Una sorta di compromesso fra lo spettacolo tradizionale e la rivoluzione.

Nel cast vennero coinvolti anche alcuni protagonisti dell’underground americano. Harvey Philip “Phil” Spector (New York, 26 dicembre 1939), che oggi sta scontando una pena di diciannove anni per omicidio, ma che allora era un geniale produttore musicale (un album su tutti: “Let It Be” dei Beatles); Toni Basil, pseudonimo di Antonia Christina Basilotta (Filadelfia, 22 settembre 1943), che poi seguì le coreografie di David Bowie; Karen Black, nome d’arte di Karen Blanche Ziegler (Park Ridge, 1 luglio 1939 – Los Angeles, 8 agosto 2013) che diventò una delle attrici più importanti di quella stagione cinematografica.

3. Dennis Hopper alla prima regia

E poi la musica, mai prima di allora parte integrante di un film (ovviamente esclusi i musical). Musica rock che accompagna Easy Rider dalla prima all’ultima scena. Inizialmente Hopper aveva pensato ad una colonna sonora dedicata, ma poi utilizzò alcune delle canzoni più ascoltate in quei mesi. I titoli: “The Pusher” e la celeberrima “Born to Be Wild” degli Steppenwolf; “The Weight” degli Smith; “Wasn’t Born to Follow” dei The Byrds; “If You Want to Be a Bird” dei Holy Modal Rounders; “The Weight” della Band; “Let’s Turkey Trot” di Little Eva; “Flash, Bam, Pow” degli Electric Flag; “Don’t Bogart Me” dei Fraternity of Man; “If 6 Was 9” della Jimi Hendrix Experience; “Kyrie Eleison/Mardi Gras” degli Electric Prunes; “It’s Alright, Ma” e “Ballad of Easy Rider” scritte da Bob Dylan e cantate da Roger McGuinn.

Venne girata una quantità enorme di materiale che richiese un lungo lavoro di montaggio curato da Donn Cambern cui si unirono, non accreditati, Bob Rafelson, Henry Jaglom e lo stesso Jack Nicholson. La fotografia fu dell’ungherese László Kovács. Il 14 giugno del 1969 Easy Rider (Easy Rider. Libertà e paura) giunse nelle sale americane.

4. Easy Rider (1969) d Dennis Hopper

Wyatt detto “Capitan America” (Peter Fonda) e Billy (Dennis Hopper), dopo la vendita di una partita di cocaina ad un uomo sconosciuto (Phil Spector), investono parte del denaro per comprarsi due chopper (le moto dai lunghi manubri di moda negli anni Sessanta) e recarsi al carnevale di New Orleans. Durante il loro viaggio incontrano diverse persone e realtà accoglienti o ostili. Dopo essere stati cacciati da un motel, sono ospitati da una famiglia (Warren Finnerty e Tita Colorado) in un ranch, quindi incontrano un hippy (Luke Askew) che accompagnano nella sua comunità, una colorata “comune” dove i protagonisti passano ore liete, anche in compagnia di due belle ragazze (Luana Anders e Sabrina Schar) in una sorgente di acqua calda. Ripartiti vengono arrestati per essersi aggregati ad una parata. In cella i due conoscono un avvocato progressista con qualche problema di alcol George Hanson (Jack Nicholson) che, forte dell’autorità che il padre esercita in città, li fa uscire dal carcere, e li mette in guardia sul clima che si vive nel sud dove i “capelloni” vengono rasati. George decide di aggregarsi a loro per raggiungere un bordello a New Orleans e prova per la prima la marijuana (fumata liberamente sul set, elemento che rese autentiche le risate di Nicholson e le sue teorie sui “venusiani”). I tre, il giorno seguente, si fermano in una tavola calda, ma l’ostilità degli abitanti (sceriffo in testa) li costringe alla ritirata. Nuovamente accampati, i tre vengono brutalmente aggrediti e George viene ucciso. Benché sconvolti dall’accaduto, Wyatt e Billy decidono di proseguire il loro viaggio. Giunti a New Orleans si recano nel bordello consigliato dall’amico e con due ragazze (Karen Black e Toni Basil), dopo aver attraversato le strade in festa per il carnevale (quello reale visto che la produzione non era in grado di metterne in scena uno), si recano in un cimitero dove si dividono un “acido”, i cui effetti non saranno affatto piacevoli (la scena venne girata ad inizio riprese in 16mm, per questo è volutamente più “sgranata” e delirante). La mattina seguente il viaggio dei due giovani riprende, ma lungo la strada vengono affiancati da due uomini su un furgone. Dopo insulti e provocazioni, parte un colpo che ferisce mortalmente Billy. Wyatt soccorre l’amico e corre a cercare aiuto, ma il furgone passa nuovamente e un secondo proiettile uccide anche “Capitan America”.

5. una scena del film

Un successo senza precedenti, e quasi senza seguiti, per il cinema indipendente. Film manifesto per più di una generazione che portò sullo schermo realtà fino ad allora ignorate da Hollywood: le comuni sparse per gli USA, quella del film, ricostruita visto che nessuna volle fare da set cinematografica, era ispirata a quella di Taos nel New Mexico dove Hopper visse per diversi anni; la musica rock e con essa la voglia di cambiare il mondo; la droga presentata in tre aspetti diversi: la cocaina come profitto, la marijuana come piacere e socialità, l’LSD come incubo. Ma Easy Rider fu anche una riflessione sulla “middle class” che contrastava la cultura emergente, ancor più dopo gli omicidi di Martin Luther King e Bob Kennedy.

Un film simbolo che ottenne importanti riconoscimenti (e un prequel da citare solo per dovere di cronaca Easy Rider: The Ride Back, uscito nel 2012). Nel 1969 al Festival di Cannes Easy Rider si aggiudicò il premio per la Miglior opera prima a Dennis Hopper (nominato anche per la Palma d’Oro), mentre l’anno successivo ottenne due nomination agli Oscar per la Migliore sceneggiatura originale a Peter Fonda, Dennis Hopper e Terry Southern e per il Miglior attore non protagonista a Jack Nicholson che visto il successo, da segnalare che Kubrick lo contattò per il suo mai realizzato Napoleon, decise di diventare un attore a tempo pieno.

Easy Rider, l’inno di una generazione

E gli autori di questo film unico? Peter Fonda, padre dell’attrice Bridget (una delle bambine della comune), continua, tra un impegno e un altro per i diritti civili, a fare cinema. Terry Southern, che diede un contributo straordinario al cambio di stile e di sostanza dei film americani degli anni settanta, morì a New York il 29 ottobre 1995. Dannis Hopper, infine, non riuscì a sfondare come regista, ma come interprete collezionò successi unici nella storia del cinema, un titolo su tutti: Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola. L’attore, benché avesse partecipato al movimento di Martin Luther King, si dichiarò sempre Repubblicano anche se sostenne Barack Obama alla Presidenziali del 2008. Nel 2009 venne colpito da un devastante cancro alla prostata che lo consumò al punto di arrivare a pesare solo 45 chili. Non mancò, accompagnato dall’amico di sempre Jack Nicholson, alla consegna della stella con il suo nome sulla Hollywood Walk of Fame nel marzo del 2010. Morì poche settimane dopo, il 29 maggio. Oggi riposa nel cimitero della contea di Taos, si, proprio quella della comune. Easy Rider still run…

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2019” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Immagini tratte da: immagine in evidenza Screenshot dei film Intervento divino e It Must Be Heaven, foto 1,2, 6 da gettyimages.fr,, foto 4, 5, 7, 8, 9, 10, 11 Screenshot del film riportato nella didascalia

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