Donbass e tanta povertà, cinque anni andati storti

Ucraina al voto. Cronologia dei disastri della presidenza di Petro Poroshenko, dalla promessa mancata di reintegrazione della penisola crimeana alla corruzione che impedisce la crescita

Anders Aslund, il noto economista teorico della transizione in chiave neoliberista della transizione dei paesi dell’Europa dell’est all’economia di mercato, ha recentemente scritto un libro con un titolo esplicativo: «Ucraina, cos’è andato storto». Ed è veramente difficile non ammettere che la presidenza di Petro Poroshenko ormai giunta davvero all’epilogo, non sia stata un disastro, in gran parte annunciato.

Poroshenko, oligarca di lunga data e proprietario dell’azienda dolciaria Roshen, divenne presidente della repubblica nel maggio del 2014 dopo le elezioni anticipate seguite all’insurrezione di piazza Maidan che condussero alla deposizione del presidente in carica Viktor Janukovic.

Promise all’elettorato che avrebbe reintegrato nel territorio del paese la penisola crimeana, condotto una guerra vincente contro le repubbliche autoproclamate del Donbass, garantito l’ingresso del paese nella Ue e migliorato la disastrosa situazione economica e sociale.

Se si eccettua l’ingresso nella Ue (ma per ora con il solo status di paese associato) nessuno degli obiettivi è stato raggiunto. La guerra nel Donbass che nella sua fase più calda provocò 10mila morti e condotta con criminali bombardamenti sulla popolazione civile e con l’utilizzo di milizie neofasciste, condusse ai protocolli di Minsk volti alla reintegrazione dei territori del Donbass nel paese, ma da allora l’implementazione degli accordi non è stata realizzata e la guerra è proseguita sottotraccia.

Solo recentemente Poroshenko ha riconosciuto che la reintegrazione di Donetsk e Lugansk potrà avvenire unicamente in forma pacifica grazie alle sanzioni della comunità internazionale contro la Russia. Nessuna trattativa per giungere a una sistemazione della crisi in Crimea è mai iniziata. All’inflessibile posizione di Putin che considera l’integrazione nella Federazione della Crimea come acquisita e ha iniziato opere infrastrutturali per collegare la Crimea alla Russia ha fatto da contraltare il rifiuto di Poroshenko di cercare una via d’uscita praticabile.

La Rada ha formalmente chiesto l’ingresso dell’Ucraina nella Nato solo qualche mese fa, ma truppe e consiglieri militari americani e canadesi sono presenti stabilmente sul territorio già dal 2014. Così malgrado la Russia resti ancora oggi il principale partner economico dell’Ucraina i legami tra i due paesi si sono allentati sempre di più: non esiste collegamento via aerea tra Mosca e Kiev, gli accordi di collaborazione economica sono stati annullati e anche il contratto per il transito di gas e e petrolio russo sul territorio del Tridente non è stato ancora rinnovato, rischiando così di non far entrare nelle vuote casse dello Stato 2-3 miliardi di dollari all’anno.

Il Fmi e la Ue hanno previsto un faraonico programma di aiuti all’economia ucraina per oltre 20 miliardi di dollari di cui ad oggi ne sono già stati versati oltre la metà. Malgrado ciò, corruzione e scarsa trasparenza del mercato sono rimasti un macigno per la ripresa dell’economia del paese. E la situazione economico-sociale resta al collasso. I sindacati hanno calcolato che il salario minimo per non finire sotto il livello di povertà dovrebbe essere di 350 euro, ma la media è di 190. Per molti la scelta inevitabile è stata l’emigrazione.

Oggi lavorano permanentemente all’estero 3,2 milioni di ucraini mentre gli stagionali sono 9 milioni. Una vera e propria diaspora che se a breve produce rimesse miliardarie dall’altra, condurrà secondo la Banca Mondiale a una silenziosa catastrofe demografica con la riduzione della popolazione dagli attuali 44 milioni a 32 entro il 2050.

YURII COLOMBO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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