Disumanità e respingimenti: l’Europa che affonda nel Mediterraneo

Il nuovo, probabile, accordo italo-libico voluto dal ministro Minniti con lo zoppicante governo di Sarraj va denunciato in ogni sede: assecondando un copione tristemente noto da un decennio, un...

Il nuovo, probabile, accordo italo-libico voluto dal ministro Minniti con lo zoppicante governo di Sarraj va denunciato in ogni sede: assecondando un copione tristemente noto da un decennio, un governo europeo, prono alle peggiori pulsioni xenofobe di un elettorato manipolato dal securitarismo più becero e dalle reti sociali, si appresta a fare strame del Diritto, costruendo muri, spendendo miliardi per la repressione e chiudendo entrambi gli occhi sulle politiche dei governi a cui subappalta i controlli e i respingimenti dei migranti.

Nel nome delle decisioni “pratiche”, “pragmatiche”, “efficaci” – come dicono i media – in pratica e con pragmatismo che diviene cinismo, oltre che, purtroppo, con efficacia, i governi europei di destra e di centrosinistra, le cui politiche di consenso mediatico si fondano  sul respingimento di persone costrette a lasciare la propria terra a causa di trent’anni di politiche economiche neoliberali, si apprestano a condannare a morte nei deserti, al supplizio nelle carceri, alle sevizie nei centri di detenzione, alla violenza fisica e psicologica, migliaia di persone, fra cui molti bambini, la cui “colpa” è duplice: rivendicare il diritto alla vita e disturbare l’andamento delle campagne elettorali nei Paesi “civili”, la cui “civiltà”, come avviene sovente nei periodi di redistribuzione della ricchezza verso l’alto, richiede la costruzione di capri espiatori su cui deviare un malcontento che potrebbe altrimenti tradursi in lotta di classe (parola che a molti può suonare antica, così come antica suonava la parola “democrazia” nella Germania hitleriana. Sia detto subito per sgombrare il campo da facili nuovismi).

Tali drammatiche evidenze empiriche, purtroppo, risultano “rimosse” da un inconscio collettivo ostaggio di una paranoia distopica che trasforma ogni persona in un arrabbiato e disperato atomo di egoismo, tanto che ogni ideale, ogni spinta democratica, ogni pensiero solidale, viene liquidato da tante “persone normali” come orpello, come assurda utopia, come spinta da combattere. In questo senso, la stizza con cui le persone normali (-zzate) reagiscono alla solidarietà e all’umanità è specchio del rimosso di cui sopra: la solidarietà dà fastidio al normopatico poiché gli mostra lo scandalo del suo essere antisociale, ed esso reagisce con rabbia a tale dimostrazione, un po’ come Pinocchio che uccide il grillo parlante.

In un contesto simile, nel quale le spinte xenofobe “dal basso” (per modo di dire, dato che esse sono sempre frutto di narrazioni politiche veicolate dalle classi dominanti) si agglutinano a quelle “governative” (non vedo come non si possa non definire xenofoba una politica di respingimenti di massa), la cosiddetta “crisi migratoria”, determinata dall’impoverimento e dalle catastrofi ecologiche generate in trent’anni di neoliberismo, si sta configurando come la principale contraddizione del “modello europeo” tecnocratico fondato sul mercato: essa, infatti, mostra nella drammatica concretezza dei corpi e delle tragedie individuali, quei tratti di dominio e sfruttamento di cui le masse europee non percepiscono più i nessi politici, ritenendoli, al contrario,  come immutabile dato di natura, soggiacendo a quell’ “è sempre stato così e non c’è alternativa” che muta geneticamente l’essere umano da entità desiderante a monade disperata.

Stando così le cose, i veri “disperati” non sono gli umani che tentano di costruirsi o ricostruirsi una vita migrando, ma quelli che, maledicendo chi sta peggio, annegano la loro esistenza in una rabbia trasfomata in autentico razzismo attraverso scelte mediatiche e politiche come quelle degli accordi “bilaterali” di respingimento, e ancora più disperati sono i governi tecnocratici i cui esponenti, persa la libertà che solo l’autonomia economica di uno Stato garantisce alla politica, si sono ridotti a meri esecutori materiali della volontà dei “mercati”, in cui la natura politeistica del plurale evidenzia la distanza che il capitalismo, come gli imperatori del Tardo impero, vuole creare fra sé e il resto del mondo, al fine di mostrarsi come immutabile, invincibile ed eterno.

A sessant’anni dai Trattati di Roma, l’Europa affonda nello stesso mare di disumanità in cui muoiono tanti innocenti che tentano di raggiungerla. La storia ci guarda e ci giudicherà.

ENNIO CIRNIGLIARO

13 gennaio 2017

foto tratta da Pixabay

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