Democrazia e settarismo, i problemi di “Potere al popolo!”

“L’appello iniziale delle compagne e dei compagni dell’Ex-Opg, dopo la brusca fine del percorso del Brancaccio, aveva molte caratteristiche condivisibili: parlava di una maggioranza della società non rappresentata, di...

“L’appello iniziale delle compagne e dei compagni dell’Ex-Opg, dopo la brusca fine del percorso del Brancaccio, aveva molte caratteristiche condivisibili: parlava di una maggioranza della società non rappresentata, di percorsi di autorappresentazione e della ricostruzione di un rapporto tra impegno sociale e politica, tra conflitti e rappresentanza, esprimeva una generazione nuova che prendeva finalmente parola, e sapeva farlo persino con leggerezza.

Evocava per me la necessità di uno spazio ampio, di una soggettività capace di misurarsi con la ripoliticizzazione di una società impoverita e atomizzata per ricostruire legami e relazioni sociali e insieme senso di sé, una soggettività capace di parole nette e allo stesso tempo inclusiva per rappresentare quella maggioranza.

Non è stato così a mio avviso il percorso che ne è seguito: il rifiuto di votare sul nome della lista, come si era fatto ad esempio con l’esperienza di Altra Europa, le forzature perché si arrivasse a una definizione tanto del simbolo quanto delle figure più rappresentative, escludendo ogni alternativa che non fosse internissima, una discussione successiva al risultato elettorale in cui in nome dell’ “entusiasmo” ogni riflessione anche solo vagamente critica diventava di fatto “disfattismo”, il rifiuto di relazionarsi con altri percorsi nella pretesa di essere in sostanza l’unico, la gestione del sito che avrebbe dovuto essere di tutti come proprietà esclusiva di alcuni, la selezione degli interlocutori ad esempio sul piano sindacale di fatto ristretta ad una organizzazione…

La costruzione di uno spazio e di una soggettività politica ampia sono diventate sempre di più evocazioni, a cui hanno corrisposto nei fatti logiche minoritarie e settarie, fino all’appello ad annullare in una cabina elettorale i percorsi di chi magari si è dato da fare per anni, per costruire partecipazione, conflitto, saperi diffusi, pratiche e cultura del cambiamento. Percorsi da cancellare, perché non hanno accettato di annullarsi, a tre mesi dal voto, e confluire nella pretesa totalitaria di Potere al Popolo.”

E’ inelegante citarsi e chiedo scusa se lo faccio, ma dopo aver provato a scrivere ex-novo quello che penso di questi mesi, mi sono accorta che in realtà tutto quello che volevo dire era contenuto nell’intervento di diverso tempo fa, scritto per aprire una discussione già allora troppo a lungo rinviata.

Era un intervento che seguiva all’appello al voto di PaP in cui si invitava ad annullare alle amministrative tutti i simboli che non fossero quello di PaP medesimo, quindi anche quelli delle liste di sinistra di alternativa che si presentavano con altro simbolo, o delle liste che si presentavano come Rifondazione. Allora la discussione si concentrò solo su quel punto e si negò che vi fosse quella intenzione, una negazione scarsamente credibile per chi, dentro il coordinamento, aveva dovuto discutere per ore e ore delle realtà che non intendevano andare al voto come PaP: come ci si poteva “dimenticare” di ciò di cui si era discusso per settimane?

Ma era un intervento che soprattutto affrontava quelli che già allora, anzi da quasi subito, emergevano come problemi di assoluta rilevanza: la democrazia e il settarismo, la logica proprietaria e la pretesa “totalitaria”.

Perché non si era potuto votare su nome e simbolo della Lista, come era avvenuto ad esempio nel caso di Altra Europa?

Perché non si era potuto discutere delle figure più rappresentative nel passaggio elettorale, con la logica di allargare al massimo il consenso, ed ogni proposta alternativa era stata respinta, fino alla forzatura  della seconda assemblea dove per “acclamazione” si era bypassato ogni possibile  ulteriore confronto?

Perché ogni seppur vaga riflessione autocritica doveva essere tacitata in nome dell”entusiasmo” usato come una clava contro la libertà di confronto?

Perché a chi aveva proposto in coordinamento, di invitare all’assemblea post voto, la Rete delle Città in Comune o Altra Europa era stato detto di no e che “si strizzava l’occhio ad altri percorsi” evidentemente sentiti come concorrenti e non come possibili compagni di strada con cui costruire un campo largo dell’alternativa?

Perché quando alcuni hanno proposto sempre in coordinamento di aprire una fase costituente, con incontri con associazioni, movimenti, sindacati, la sola replica era stata il silenzio?

E perché ad esempio sul piano sindacale, non solo non era possibile nominare la Cgil se non come avversario o nemico (che è cosa assai diversa da vederne tutte le criticità e i limiti), ma pure i Cobas non erano interlocutori, con la restrizione di fatto delle relazioni ad una sola sigla?

Perché non era possibile aderire a mobilitazioni promosse su piattaforme giuste dall’Anpi o dall’Arci, o da altri,  perché magari in piazza ci poteva essere qualcuno del PD, come se incontrare in piazza qualcuno del PD fosse la stessa cosa che promuovere una manifestazione con il PD? Dal 25 aprile alla Perugia-Assisi…

E perché la gestione del sito doveva essere nelle mani solo di Ex-OPG, respingendo ogni proposta di comitato redazionale con una sorta di “così è, se vi pare”?

Ho detto, con molte e molti, queste cose per mesi, sempre cercando per altro di vedere la realtà nella sua complessità, di non negare che ci fossero anche esperienze positive: dalle energie che si erano attivate, molto sopravvalutate ma comunque reali, alla centralità del fare, anch’essa sopravvaluta da una retorica abbastanza insopportabile, ma che comunque costituiva e costituisce una parte importante della ricostruzione dell’iniziativa sociale e politica.

Che fare dunque ora?

La prima cosa è la necessità di un dibattito tra noi, tanto libero quanto non lacerante, che faccia un’autocritica necessaria, ma per rilanciare in avanti, che abbia cura di Rifondazione e al tempo stesso ne affronti i problemi e le difficoltà reali, con qualche umiltà e reciproca capacità di ascolto.

E che ci ridislochi immediatamente nel contesto con cui dobbiamo fare i conti: quello della costruzione di un’opposizione assai diversa da quella che siamo abituati a fare ai governi  precedenti, con un governo che rischia di sommare il consenso che gli viene dalle posizioni razziste e xenofobe a quello che gli può derivare dal dare risposte, limitate e contradditorie, ma pur sempre risposte, ad un disagio popolare diffuso, cresciuto a dismisura per le politiche di questi anni.

La seconda è rafforzare l’impegno per la costruzione del polo antiliberista e di alternativa, che senza settarismi, metta insieme tutte le soggettività disposte a costruire un’alternativa su scala nazionale ed europea, tanto ai governi dell’austerity e a chi li ha incarnati come il PD, quanto alle forze nazionaliste e xenofobe.

Su questo, un’ultima notazione, per me forse la più importante.

E’ del tutto evidente che il PD è tra i massimi responsabili della situazione in cui siamo, perché ha introiettato fino in fondo le “culture” neoliberiste e per una costituzione materiale che rappresenta ormai interessi opposti a quelli popolari e del cambiamento, come si vede dal fatto che tutt’ora riesce a criticare “da destra” il governo: sul Decreto Di Maio come sulla politica economica. Ma è altrettanto evidente, che a fronte della disperazione di tante e tanti per la situazione attuale, è del tutto possibile, che una qualche operazione di green/rose/washing magari con una confusa autocritica sul passato, possa farlo tornare ad essere persino un polo di attrazione per parte della società.

Io vorrei evitare questo, e la critica al settarismo non è mai stata parte di una logica “moderata”, ma rispondere all’opposto alla necessità di riuscire a fare anche in Italia, quello che è riuscito in molti altri paesi d’Europa: rovesciare i rapporti di forza tra la sinistra di alternativa e i “socialdemocratici” del neoliberismo e dell’austerity. Non rassegnarsi alle logiche minoritarie e provare a ad incidere di nuovo, davvero, nella società, nella cultura, nella politica.

Difficile? Difficilissimo, ma altrimenti che ci stiamo a fare?

ROBERTA FANTOZZI

da rifondazione.it

foto tratta da Pixabay

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Potere al popolo!Rifondazione Comunista
un commento
  • Romeo Cerri
    12 Ott 2018 at 20:04
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    Io tuttavia non darei per persa PaP visto che, una volta approvato lo statuto, rimangono irrisolti i problemi che stanno alla base delle divergenze. Comunque moltissimi degli aderenti a PaP sono anche tesserati del PRC e buona parte di questi (come anche di chi a votato il primo statuto) non vede di buon occhio una eventuale scissione.

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