Dall’America all’Europa: il falso mito della sinistra democratica

La domanda è la seguente: se da secoli, come sostengono autorevolissimi (così è se vi pare…) commentatori televisivi di fatti politici internazionali e nazionali, ciò che avviene negli Stati...

La domanda è la seguente: se da secoli, come sostengono autorevolissimi (così è se vi pare…) commentatori televisivi di fatti politici internazionali e nazionali, ciò che avviene negli Stati Uniti d’America finisce per avere una ricaduta anche in Europa e, segnatamente, in Italia, dobbiamo attenderci una ripresa del fronte progressista e un ridimensionamento dei sovranismi?

Ardua questione, perché, a dire il vero, negli Usa c’è almeno un po’ di chiarezza sul ruolo delle forze politiche che soltanto i commentatori sopra citati riescono ad intorbidire e a mostrare come non sono. Mentre nella Repubblica stellata il Partito Democratico che storicamente rappresenta posizioni di centro-sinistra, per Paolo Mieli, ospite di Bruno Vespa, diventa già “la sinistra”; il GOP (Grand Old Party), come viene definito quello che noi chiamiamo “Partito Repubblicano”, cioè la parte conservatrice del bipolarismo partitico statunitense, solo con Donald Trump ha assunto una connotazione sovranista e populista.

Prima del 2016, dal reaganesimo in avanti, era un partito di centro spostato a destra, con solide fondamenta liberiste, mentre ai sostenitori dell’asinello avremmo potuto attribuire una connotazione “liberale”.

Del resto, è dai tempi di George Washington che gli Usa hanno stabilito questa alternanza che non è simile ai nostri raffazzonati tentativi di idearne una tutta italiana tra centro-destre e centro-sinistra: si tratta di qualcosa che va oltre la tradizione consolidata. Siamo davanti ad un vero e proprio sistema istituzionale che si fonda su una visione duale del sistema politico che in Italia è stata inventata, lì per lì, col referendum promosso da Mario Segni sulla preferenza unica e poi col superamento del proporzionalismo come formula di regolamentazione elettorale.

Fu uno scimmiottamento del sistema americano, una trasposizione incauta che ha portato la democrazia parlamentare ad avvicinarsi pericolosamente a tentativi presidenzialisti fatti dai postfascisti come Fini ai nuovi paladini del nazionalismo cresciuti in salsa leghista ed oggi abbraccianti l’intero Paese sotto il manto del Tricolore.

E’ una tendenza all’autoritarismo che oggi viene fuori in molti paesi del mondo: dalla Cina agli Stati Uniti, dal Brasile all’Ungheria, dall’Austria alla Russia, dalla Turchia all’Iran.

Diverse sono le espressioni che emergono e che ispirano queste “democrazie autoritarie”: alcune non possono nemmeno essere definite tali perché da anni hanno intrapreso un cammino che conduce ad una forma moderna di “monarchia” senza re. La presidenza a vita cinese ne è un esempio, ma pure la gestione del potere esercitata da Erdogan non è da meno; così come l’ormai rituale rielezione di Putin alla guida della Russia conferma una tendenza autoritaria che prevale rispetto, ad esempio, ai princìpi ispiratori del liberalismo su cui si fonda la cosiddetta “libertà americana”, quindi un sistema che si rivolge al suffragio universale per determinare la sua fisionomia a seconda della volontà popolare.

Tutto ciò fa strame di tutte quelle garanzie costituzionalmente intese come elementi di diritto sociale e civile: sindacati, associazioni, partiti d’opposizione, istituzioni culturali che rappresentano i cosiddetti “corpi intermedi” e che pesantemente cadono sotto i colpi della rappresentanza sempre più “diretta” tra eletto (proprio nel senso grillino del termine, quindi “elevato”) ed elettore.

E’ dunque molto complicato poter affermare oggi che in Europa, in Italia si assisterà ad un riflesso condizionato dalla possibile ripresa di tono della politica democratica americana. Il che non vuol dire aspettarsi un ritorno a politiche sociali, ad un “new deal” di nuovo secolo, ad una forma anche timida di socialdemocrazia che riesce ad imporsi come strumento di mediazione tra struttura portante economica e sovrastruttura sottostante politica.

Vuol dire attendersi una ennesima accettazione del punto di vista del mercato, una etica merceologica sopra ogni altra etica, un sistema di valori dipendenti dalle borse e dagli speculatori, con qualche attenuazione di toni rispetto alla intransigenza nazionalista, agli stigmi razziali, alla xenofobia e alla discriminazione delle opposizioni e del dissenso in generale.

Questo soltanto può garantire il capitalismo moderato, che si lascia convincere a concedere alcuni diritti civili in cambio di rapine sempre più grandi sul piano sociale.

E’ evidente che questo ragionamento ci porta esattamente nello schema bipolarista americano, nella logica devastante del “meno peggio”: Hillary Clinton o Donald Trump? Questo sarà sempre il dilemma che porranno coloro che affermano che votare un Bernie Sanders o una Jill Stein è fare un danno proprio ai più poveri e miserandi di questa società e che gli interessi dei proletari moderni li fa chi avversa il socialismo in nome di un liberismo ben temperato.

Una assurdità cui è stato dato il contorno dell’idea geniale per fermare i populismi e i sovranismi e che, invece, ha finito per dimostrare come chi si fregiava dell’immagine di “tribuno della plebe” e difensore del popolo e dei proletari altro non ha fatto se non accondiscendere a politiche di difesa del privilegio economico e di tutela degli interessi dei peggiori speculatori finanziari.

Il liberalismo (e il liberismo come forma politica di una economia spietata) davvero rappresenta una forma di progressismo? Dobbiamo intenderci sulle parole attraverso non la ricerca semantica o l’etimologia, ma attraverso invece i comportamenti pratici, quotidiani di chi si attribuisce un determinato vocabolo come bandiera: chi si definisce “di sinistra” deve essere tale e non essere portatore di un suono formato da poche lettere. “Left” non può essere oggi sinonimo di “Partito Democratico” perché dietro al PD americano non ci sono sostenitori del socialismo ma semmai, come ha chiosato Michael Moore in “Fahrenheit 11/9“, ci sono grandi banche d’affari che hanno avuto un ruolo di sostegno nella campagna elettorale di Obama. E non può non essere così finché sarà la logica bipolare quella strutturalmente data e mantenuta negli Usa.

Le eccezioni eccellenti come Alexandria Ocasio-Cortez sono preziosi presidi di ancoraggio dell’Asinello ad una visione che vorrebbe tendere al sociale ma che si scontra poi con l’intero blocco d’apparato di un partito in cui già Sanders ha tentato la scalata, dove è sopportata e tollerata una presenza di timido socialismo per mantenere un rapporto con un elettorato non proprio facente riferimento alla “middle class”.

Gli interessi di una grande banca d’affari non potranno mai coincidere con quelli dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati e dei poveri generici, quelli non salariati.

Scriveva Henry David Thoreau ne “La disobbedienza civile”: “Difficilmente trovo un intellettuale che sia così aperto e veramente liberale da permetterti di pensare ad alta voce nella sua società. Molti con i quali ti sforzi di parlare prendono presto posto in qualche istituzione, nella quale essi danno a vedere di essere giunti al possesso della verità…“.

E ancora: “Se un uomo cammina nei boschi, per il piacere di farlo, metà di ogni giornata, egli corre il rischio di essere considerato un fannullone, ma se egli spende la sua giornata come uno speculatore, tagliando quegli stessi alberi e rendendo spoglia la terra prima del tempo, egli è stimato un cittadino industrioso e intraprendente.“.

La logica del liberismo che vuole apparire di sinistra e della sinistra che vuole essere amica del liberismo è proprio questa: dimostrare che vi è utilità nella conservazione dei privilegi economici, criticando solo quelli che sono evidenti eccessi perché massacrano quella forza-lavoro di riserva che è necessaria al sistema.

La logica è dunque tutta interna all’etica della classe dominante. E nessun democratico potrà mai garantire agli sfruttati di capovolgere queste politiche. Garantirà sempre e solo quelle libertà che una “rivoluzione liberali” smithianamente intesa può concepire: libertà civili dentro un contesto liberista. E’ l’unica mediazione possibile.

Sfruttamento economico e tolleranza per quanto riguarda gli spazi di agibilità del pensiero.

Dunque, augurarsi il “meno peggio”, che l’onda blu americana arrivi in Europa è l’unico modo per battere i sovranisti e i populisti, le nuove destre autoritarie del nuovo millennio?

Non può esistere una soluzione terza? Non dobbiamo uscire da questo dualismo perverso? Non possiamo adoperarci per mostrare e dimostrare che una sinistra antiliberista può esistere e può essere la soluzione momentanea ad un grave periodo di crisi democratica che scivola nell’antisociale e nell’incivile?

Sono tutte domande a cui rispondere è oggi complicatissimo perché manca il minimo comun denominatore che rimetta in gioco le passioni e la voglia di evolvere, di non rassegnarsi alle sconfitte ma di guardare oltre: perché la storia non si ferma e troppo spesso viviamo ciecamente in un presente continuo senza accorgerci che dovremmo invece proiettarci su tempi più lunghi, su speranze più vaste.

MARCO SFERINI

8 novembre 2018

foto tratta da Pixabay

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