Dal gioco dei “sinistrati” al ritorno dei concetti e delle ideologie

La sinistra diverte. Diverte perché il mito della “scissione” è entrato nell’immaginario comune come qualcosa di riproducibile all’ennesima potenza, sempre, comunque, con una facilità estrema e con un ricorso...

La sinistra diverte. Diverte perché il mito della “scissione” è entrato nell’immaginario comune come qualcosa di riproducibile all’ennesima potenza, sempre, comunque, con una facilità estrema e con un ricorso alla medesima anche quando si potrebbe evitare.
La sinistra diverte e, così, L’Espresso lancia un secondo simpatico (dipende dai punti di vista) giochino – quiz sulla riconoscibilità delle attuali correnti e partiti che sono, o si presume siano perché tali si dichiarano in qualche modo d’essere, “di sinistra”: il gioco è facile, basta leggere il nome di un leader politico e provare ad associare la formazione politica cliccando sul logo scelto, individuato come corretto.
Ho fatto questo giochino per puro divertimento e, sebbene io sia un “sinistrato” (come alla fine risulta dal quiz) quindi uno che ne sa parecchio avendo totalizzato il 93% delle risposte come esatte, confesso che ho tentennato alcune volte e, infatti, in due casi ho sbagliato attribuzione tra persona e partito o corrente o movimento.
Ma ciò che mi ha colpito è proprio questa associazione: non una idea associata ad un partito, ma la persona.
Non “comunismo” scegliendo Rifondazione Comunista o il Partito Comunista (per intenderci quello di Marco Rizzo), ma i nomi di Paolo Ferrero e di Marco Rizzo, per l’appunto.
Non socialismo per scegliere Sinistra Italiana, ma il nome di Nicola Fratoianni. E così via…
Alcuni movimenti sono impossibili da catalogare ideologicamente visto che fanno esplicito riferimento anche nel loro nome ad un individuo: è il caso del movimento di Luigi De Magistris che con un sagace acronimo ha trasformato le sue iniziali in “DemA”, laddove “Dem” sta per democrazia e la “A” maiuscola per “autonomia”.
Tuttavia, in questo ultimo caso, non si può rimproverare al sindaco di Napoli una eccessiva personalizzazione della politica: primo, perché non è di certo lui l’inventore di questa forma di interazione tra singoli e collettivo; secondo, perché il suo movimento incarna veramente un rinnovamento locale che punta al basso, al coinvolgimento degli strati popolari di un territorio difficile da gestire.
I laboratori della politica di sinistra sono tanti, dunque, eppure non sembra che questo sia un valore ma solamente un fenomeno quasi da baraccone, dove si sistemano le tavolette di legno da abbattere con le palle: un euro cinque palle e chi è più bravo ne tiri giù il più possibile. Basta mirare sui simboli e fare centro.
Fare centro per una certa sinistra è stato abbastanza semplice in questi anni: il centrosinistra, frutto del maggioritario come interpretazione tecnico-politica dei campi di azione da rinnovare dopo la cosiddetta “prima Repubblica”, ha provato a simbiotizzare le culture, ad unire ciò che un tempo era impossibile avvicinare e farne un unico contenitore.
Ma, almeno, il centrosinistra di prodiana memoria aveva concepito il “trattino” come elemento di distinzione e forse anche di rispetto tra il centro cattolico, critistiano e democratico e il socialismo moderato insieme anche al comunismo di nuova generazione, quello della “rifondazione” nato dopo la fine del PCI nel 1991.
Poi, la spinta personalistica della politica si è fatta sempre più impetuosa e ogni forza politica, anche a sinistra, è corsa a mettere sotto i propri emblemi i nomi dei “leaders”: Fini, Vendola, Berlusconi, Veltroni, Bossi, Storace, Casini, e via dicendo. Tutti i partiti, di destra, centro e sinistra hanno sentito questa necessità: l’idea da sola, quella espressa da un simbolo magari riconoscibile e riconosciuto da decenni, fosse la falce e martello o la fiamma tricolore fascista, fosse Alberto Da Giussano o lo scudo crociato democristiano, non erano sufficienti ad attrarre il consenso popolare. Serviva l’identificazione del partito con un nome, con un capo, con un leader.
Effetti della comunicazione di massa, di una televisione che ha mostrato sempre e solo un uomo o una donna al comando di un solo partito: un tempo in tv andavano anche le seconde e le terze file dei grandi partiti di massa, ed anche di quelli del pentapartito.
Nel recente passato ed oggi chi va in tv diventa il partito, lo incarna fenomenicamente e, così, il partito cessa di esistere e diventa la persona.
Se la persona passa, passa anche il partito. Fu solo Fausto Bertinotti a non volere nel simbolo di Rifondazione Comunista il suo nome. Nemmeno in quello de La Sinistra – L’Arcobaleno. E, di certo, si potrà dire tutto delle scelte politiche dell’ex segretario del PRC, ma non fu certo quella la ragione della sconfitta di una lista che aveva i presupposti per rappresentare in Parlamento una sinistra di alternativa e che venne schiacciata da un altro leviatano: il “voto utile”.
L’utilità intesa come oggettivamente concretizzabile solamente se associata a qualcosa di grande, di competitivo e non di rappresentativo a tutti i costi. Ciò che è piccolo deve sparire. Le minoranze sono residualità e non possono accampare diritti. Soglie di sbarramento per eliminare i partiti piccoli, i “cespugli”, ne sono state create a bizzeffe. Soglie anche alte: si pensi a quell’8% al Senato che, tutt’oggi, è in vigore.
Tutto incostituzionale, tutti marchingegni per consentire ai soggetti politici interpreti dei grandi interessi capitalistici ed economici di conservare una stabilità sicura in Parlamento. Le chiacchiere oggi stanno davvero sotto zero. Elezioni truffa, fuori dai dettami costituzionali e Parlamenti dichiarati poi “illegittimi” dagli stessi proponenti delle leggi elettorali bocciate dalla Consulta…
Un marasma che non è finito e che si ripete in queste ore con la scissione che colpirà il Partito Democratico. Con una novità interessante: si torna a parlare di campi di azione. Mai la parola “sinistra” qualcuno ha tentato di accaparrarsela come in questi giorni. E risuona negli antri più lontani d’Italia dalla capitale, dove il dramma di consuma, dove su una pira dannunziana arde il cadavere del partito della nazione che sembrava il futuro del renzismo e il renzismo del futuro. Al suo posto resterà il PD ridimensionato, nascerà forse una formazione di centrosinistra liberista e liberale al tempo stesso e poi, insieme, sosterranno – stando alle dichiarazioni fino ad oggi fatte – il governo attualmente in carica.
Ci si divide non sulla base di un piano ideologico: si separano per avere la rappresentanza degli interessi borghesi, della società che conta, che ha i conti in mano, che gestisce l’economia di un Paese sempre più povero, arretrato e ricco soltanto di deprivazione di diritti sociali, lontane conquiste del passato.
Ci sarà un simbolo nuovo e… chissà… magari un nuovo nome, di un nuovo leader da contrapporre a quello di Renzi che, non essendo mai passato attraverso il voto per una legittimazione popolare del suo ruolo di “capo” di una coalizione, non ha mai potuto inserire il suo nel simbolo del PD. Una scelta apprezzabile, anche se forse fatta perché non si è potuto scegliere di farla.

MARCO SFERINI

22 febbraio 2017

foto tratta da Pixabay

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