Da Londra un oltraggio alla Costituzione senza precedenti

La «prorogation». Con questa forzatura Johnson punta a imbavagliare i Commons per evitare problemi alla Brexit strategy. L’obiettivo è ridurre i giorni a disposizione dei contrari al no deal per approvare una legge che potrebbe imporre uno stop. Un disegno populista, antiparlamentare e reazionario

Boris Johnson ha inviato ai membri della House of Commons una lettera, in data 28 agosto, in cui li informa di avere chiesto alla regina la prorogation del parlamento britannico. Tecnicamente, è la sospensione dei lavori al termine di una sessione. La Bbc riferisce che dal castello di Balmoral Elisabetta ha già disposto la sospensione «in un giorno non antecedente a lunedì 9 settembre 2019 e non successivo a giovedì 12 settembre 2019 fino a lunedì 14 ottobre 2019». In questa ultima data un discorso della regina illustrerà l’agenda governativa per la nuova sessione.

La prorogation è nella Costituzione non scritta della Gran Bretagna. Nasce come potere del sovrano, che poteva decidere quando e per quanto tempo il parlamento sarebbe stato in sessione. In sintesi, con la prorogation era il sovrano che decideva l’agenda, e l’assemblea non aveva voce in proposito. Con l’evoluzione in senso parlamentare, il potere è rimasto formalmente nelle mani del sovrano, che però lo esercita su proposta del primo ministro. Sulla prorogation la House of Commons non vota, diversamente da altro tipo di sospensione (recess). Elisabetta avrebbe – in via di astratto principio – potuto rifiutare la richiesta di Johnson, ma non lo ha fatto.

Fin qui tutto sembra nelle regole. E allora perché si levano voci che definiscono la prorogation un constitutional outrage? La ragione è che mentre la prorogation è in genere ordinario strumento di sospensione tecnica dei lavori, senza particolari impatti politici, nella specie è volta a imbavagliare i Commons, per evitare problemi alla Brexit strategy di Johnson. L’obiettivo è ridurre i giorni a disposizione dei contrari al no deal per approvare una legge che potrebbe imporre uno stop. Essendo la data del 31 ottobre per la Brexit già stabilita, a Johnson basta non fare per raggiungere l’obiettivo di una Brexit no deal. Mentre una legge potrebbe certamente bloccarlo, ad esempio imponendogli la richiesta di una ulteriore proroga, o specifiche condizioni.

Nella sua lettera ovviamente Johnson nulla dice di questo, suggerendo al contrario che ci sarà il tempo per approvare una proposta governativa di legge nel caso si dovesse attuare un nuovo deal nel frattempo raggiunto con l’Europa.

Sottolinea che l’unità è indispensabile per puntare a un nuovo accordo. Offre come specchietto delle allodole la promessa di un ambizioso programma di sostegno al servizio sanitario, di lotta al crimine violento, di investimenti su infrastrutture e ricerca scientifica, di tagli al costo della vita.

Secondo una lettura (Guardian, 28 agosto), il vero intento di Johnson è arrivare al più presto alla Brexit, per chiamare poi a raccolta tutti i brexiters di ogni partito, assumerne la leadership, e andare a nuove elezioni. Per un verso, si segnala una debolezza di Johnson, che sa di non avere il controllo dei Commons negli attuali equilibri. Ed è anche una strategia pericolosa, perché non basterebbe una vittoria risicata a garantirgli in futuro condizioni di effettiva governabilità.

Nella lettura del Guardian, Johnson punta a elezioni people vs parliament. Un disegno populista, antiparlamentare e reazionario, in cui la mordacchia all’assemblea elettiva è un piccolo prezzo da pagare. Ma proprio questo è il constitutional outrage che non trova precedenti nella storia recente, e contro il quale già si moltiplicano le iniziative in tutto il paese. L’ex primo ministro Major, conservatore, ha annunziato che tenterà la via giudiziaria, peraltro impervia. La battaglia sarà politica, e si conferma che la casa della democrazia è di norma nelle assemblee elettive prima che nei palazzi di governo. Ne sappiamo qualcosa anche noi.

Fa sorridere che la Gran Bretagna, un tempo sinonimo di stabilità e governabilità in virtù di una legge elettorale ipermaggioritaria, mostri tratti simili all’Italia dei famigerati governicchi. Se ci sono faglie e divisioni nella politica e nella società non c’è legge elettorale che tenga, ed è meglio favorire il confronto democratico in assemblee il più possibile rappresentative. Lo stesso suggerimento viene da paesi analogamente celebrati in passato, come la Spagna o la Francia. Vuoi vedere che in Italia aveva ed ha ragione chi tifa per un proporzionale senza se e senza ma? Studiate, riformatori, studiate.

MASSIMO VILLONE

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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