Contro l'”union sacrée” di rinnovato modello

Dovrei provare la rassegnazione come forma di lontananza nei confronti di ciò che mi accade intorno: sapere che è così, un dato di fatto che si ripete costantemente e...

Dovrei provare la rassegnazione come forma di lontananza nei confronti di ciò che mi accade intorno: sapere che è così, un dato di fatto che si ripete costantemente e che torna sempre uguale, seppur in forme differenti, per prendersi gioco di chi magari è anche morto per idee come “libertà“, “giustizia“, “democrazia“, “socialismo” e via discorrendo.

Dovrei provare, può darsi, la noncuranza: una declinazione più raffinata della semplice rassegnazione. Un vestirsi a festa per dire, più o meno, “Dopo di me, e anche mentre ci sono, il diluvio. Intanto poco mi importa“.

Dovrei provare l’essere esausto, come Beppe Grillo, che è invece una tipologia di rabbia che si declina nella grettezza, perché si mostra come insofferenza, quindi lontana da qualunque carezza possibile fatta alle brutture ripetute che ci mostra il panorama politico italiano (e anche d’altri lidi e paesi…).

Ma sinceramente non riesco ad essere rassegnato, nemmeno riesco a non curarmi di ciò che mi accade tutto intorno e, si guardi un po’, l’essere esausto mi è proprio alieno come categoria socio-politica. Semmai la lascio alla spossatezza che provo quando penso di calarmi le brache e cercare un “senso” ad una vita che, come bene diceva Carmelo Bene (che non avrebbe gradito gli auguri, pur essendo nato oggi il 1° settembre del 1937 in quel di Campi Salentina, e che ci avrebbe sonoramente sbeffeggiato dicendo d’essere “orfano anche di me stesso“).

Eppure, lo ammetto e lo confesso, elementi per rassegnarsi, darsi ad altro fuorché la politica ed averne le tasche piene ve ne sono a bizzeffe: basta vedere il deprimente spettacolo di queste ore, le trattative su un posto praticamente privo di qualunque valore per il manuale Cencelli, ma che sembra essere assorto agli onori delle cronache ed aver acquisito delle quotazioni di mercato politico per essere rimasto l’unico appiglio per il “capo politico” dei Cinquestelle al fine di evitare di essere sfiduciato indirettamente ma, agli occhi di elettori e simpatizzanti pentastellati, terminare con una sonora caduta attutita da sacre terga.

Sembra, osservando le giravolte delle consultazioni a Palazzo Chigi, di aprire i settimanali televisivi che promettono in prima pagina con strilli molto acuti: “Numero speciale! Tutta la TV che vedremo“. Apri il giornale, sfogli le pagine e arrivi ai lunghi servizi che sono sommatorie delle programmazioni previste: le uniche novità riguardano qualche sceneggiato (pardon… “fiction“) e qualche telefilm proveniente dal Galles o dall’America trumpiana dove Hollywood rimane in qualche modo ancora un poco distante e indipendente.

Per il resto, tanto i palinsesti delle grandi reti nazionali quanto i programmi in punti dei Cinquestelle e del PD potremmo scriverli ad occhi chiusi, sapendo bene quali sono le “corazzate” di punta di cui vanno fieri: per i primi il taglio dei parlamentari, che non garantisce affatto una maggiore democrazia né tanto meno un funzionamento più agevole delle Camere (almeno non ne è certamente una meccanicistica conseguenza metodologica e, quindi, nemmeno politica); per i secondi fatte salve tutta una serie di piccole puntualizzazioni su cui sarebbe d’accordo qualunque persona di buon senso (e in Italia ne sono rimaste pochi milioni di esemplari…), il punto focale è e rimane l’aumento della flessibilità lavorativa per sostenere i dettami di Bruxelles e agevolare ancora una volta l’economia di mercato dentro il mercato del lavoro.

I quotidiani possono anche strillare come fanno i settimanali televisivi: “Tutto il programma di governo che vedremo!“, ma non ci riserverà nulla di veramente nuovo, di alternativo rispetto a politiche del passato, a riedizioni di interventi sui piccoli redditi per favorire un ceto medio che deve poter ritrovare fiducia nel protezionismo dei profitti e delle rendite medio-grandi.

Viene persino condivisa dal PD, seppure nel contesto di uno sviluppo armonico nazionale, la riforma leghista dell’incostituzionale “autonomia differenziata” e, sicuramente, i democratici diranno che l’acquisizione di questo punto pentastellato nel programma di governo sarà volto al miglioramento rispetto al precedente testo in disamina alla Camera dei Deputati. Non c’è dubbio che sarà così, ma è anche fuori di dubbio che invece di eliminare questo pericoloso precedente di concessione di privilegi a regioni che rischiano così di minare una sorta di equilibrio egualitario tra i poteri dello Stato centrale e quelli delle autonomie locali, lo si finisce per accettare, condividere e farne diventare elemento di cultura “civica” popolare, in aperto contrasto con le normative della Carta.

Qui è la trasformazione del “senso comune” che viene ad essere intaccata e che diventa necessaria se il governo vuole ricercarsi e costruirsi un base sociale per ottenere successivamente un consenso altrettanto sociale.

Verrebbe davvero voglia di rassegnarsi, abbandonarsi all’eleganza della noncuranza e proclamarsi esausti, spossati davanti a chi ci incita a non mollare, a reagire e a lottare ancora.

Verrebbe voglia, ma è una volontà nociva, che non farebbe altro se non agevolare il cammino di un nuovo governo antisociale che deve invece vedere l’opposizione dei comunisti e della sinistra di alternativa prima di subito, senza ipotesi di partecipazione interna o esterna.

La “bestia” non è ancora domata, ma non per questo si deve lasciare la briglia sciolta a liberisti e populisti nella “union sacrée” di rinnovato modello.

MARCO SFERINI

1° settembre 2019

foto tratta da Pixabay

categorie
Marco Sferini





passa a…



altri articoli