Come Ungaretti, viaggio nel tempo: torno maturando

Maturità 2019. Un po’ per solidarietà studentesca, da studente ormai sepolto e dimenticato da me stesso, oggi l’editoriale de la Sinistra quotidiana sarà forse insolito: un esercizio per riflettere...
Giuseppe Ungaretti, 1968

Maturità 2019. Un po’ per solidarietà studentesca, da studente ormai sepolto e dimenticato da me stesso, oggi l’editoriale de la Sinistra quotidiana sarà forse insolito: un esercizio per riflettere e anche per ricordare che tutti noi possiamo ogni giorno tornare ciò che eravamo rimanendo ciò che siamo. Unire le passioni di un tempo, ad esempio per la letteratura, con quelle che abbiamo sviluppato in seguito: ad esempio per la politica, per gli sfruttati. Dunque… vediamo Ungaretti cosa ci dice…


GIUSEPPE UNGARETTI, “RISVEGLI”

Ogni mio momento
io l’ho vissuto
un’altra volta
in un’epoca fonda
fuori di me

Sono lontano colla mia memoria
dietro a quelle vite perse

Mi desto in un bagno
di care cose consuete
sorpreso
e raddolcito

Rincorro le nuvole
che si sciolgono dolcemente
cogli occhi attenti
e mi rammento
di qualche amico morto

Ma Dio cos’è?

E la creatura
atterrita
sbarra gli occhi
e accoglie
gocciole di stelle
e la pianura muta

E si sente
riavere

da L’Allegria, Il Porto Sepolto (1916)


SVOLGIMENTO

Chi non ha mai viaggiato dentro e fuori l’animo suo, provando una ricerca del significato dell’esistenza, muovendo la coscienza in un turbine di sentimenti che fuggissero per un attimo dall’icastico raziocinio e, quindi, arrivando a lambire quell’essenza dell’umanità che sovente proprio è sempre più rara e rarefatta dentro al contesto in cui dovrebbe invece trovare alloggio e crescita: la ragione?

E’ capitato anche a me di “destarmi in un bagno di care cose consuete“: di rifugiarmi, in sostanza, in un alveo fornitomi dalla memoria, molto protettivo, che attenuava le ansie per domande che non potevano trovare una soluzione. Ne ho sempre avuto, molto umanamente, quindi con grande disperazione, la certezza.

Paradosso eterno per chi vive invece nella finitudine: l’essere umano, coinvolto nel Primo conflitto mondiale, tutto immerso nella carneficina di popoli trascinati alla guerra da sovrastrutture di potere che paiono ancora oggi giocare ad un sadico Risiko, si scopre allo stesso tempo disumano nell’uccidere e nell’annientarsi a vicenda e umano nel riconoscere questo suo lato che non avrebbe immaginato tale.

Si ferisce il cuore, dunque l’animo, dunque emerge la necessità proprio psicologica di rifuggire l’orrore di una insensatezza che “l’amor che move il sole e le altre stelle” ci concede il beneficio di percepire con tutti i nostri sensi.

Infatti Ungaretti si pone la domanda extraumana, tutta trascendente l’oggettività della realtà: “Ma Dio cos’è?“.

Perché davanti alla dicotomia lampante tra orrore provocato dall’umanità e meraviglie create dalla stessa, proprio come il “porto sepolto” in quel di Alessandria, una sorta di piccola Atlantide del Mediterraneo, custodita dalle carezze del mare e dal passare delle correnti con tutti i pesci a farne da cornice per un quadro che lascerebbe estasiati per bellezza, mistero degli abissi e longevità di una civiltà tremila anni dopo ancora ritrovabile, il poeta e l’uomo si perdono nei ricordi.

L’allontanamento è una sorta di ricerca della catarsi, un istinto purificatore che origina da uno spostarsi quasi materialmente (“...in un’epoca fonda / fuori di me“), ma purtroppo solo attraverso l’immagine e il sogno ad occhi aperti, in un altro tempo, in un altro luogo, oscuro, magari anche impenetrabile ma tuttavia differente dal presente.

Quando è costretto a ritornare all’oggi, Ungaretti si desta “sorpreso e raddolcito“: sorpreso per le sensazioni che prova estraniandosi dal dolore di una vita enigmatica (l’Ermentismo, in fondo, origina dal Nostro), dolorosa, piena di contraddizioni tra morale, coscienza, scienza e ragione.

Non esiste armonia tra lo sviluppo interiore e quello intellettivo: progredisce quell’arte della ricerca del miglior modo di vivere attraverso invenzioni modernissime e, allo stesso tempo, accresce anche le possibilità di negare la vita attraverso nuovi strumenti di morte.

Trova meraviglia e pace nella contemplazione della natura: l’uomo Ungaretti che scriverà la poesia, lasciando impressa su un foglio la sua tormenta interiore, provandola a trasformare in una forma di bellezza da aggiungere alla poca che scorge nel mondo degli umani, rincorre le nuvole e trascende ancora una volta; pensa ad amici scomparsi, a ciò che non è più: rieccolo fuggire dal presente e andare indietro nel tempo.

E’ tutto un muoversi frenetico ma anche dettato da tempi di calma: quelli in cui il poeta si avvicina alla soluzione più facile ma comunque complessa circa la domanda non tanto sull’esistenza di dio ma quanto sulla sua essenza, sul suo ruolo, sulla sua caratterizzazione in un cosmo inesplorabile, quasi indicibile perché non esistono concetti umanamente pensabili che possano risolvere il “problema” riguardante l’esistente: proprio ciò che esiste sempre e sembra non avere fine spaziale, fine temporale.

Madido di un sudore che è affanno, che è stanchezza mentale e che lo prostra in questo rimpallo della propria persona, della propria anima, tra presente, passato e futuro, Ungaretti riesce a riaversi e stabilire una certa pace con sé stesso mediante la fantastica visione di un cielo stellato: ne fa gocce marine, oppure di pioggia; le immagina come fluide, astraendole da qualunque principio scientifico. Ne fa, per l’appunto, proprio bellezza, attraverso immagini poetiche necessarie alla lettura del suo percepire la vita al di sopra della finitudine umana.

E tra le stelle e la vastità incommensurabile della pianura ecco che da corpo che tende allo svenimento, riesce a risollevarsi, a riprendere contatto con l’esistente e a risvegliarsi. Seppur continuando a farsi le stesse domande, a immaginare vecchi tempi, amici, pronto a rivivere ogni momento della sua vita presente ancora, un’altra volta, in un altro istante dell’eternità: fuori da quel sé imprigionato razionalmente nel “mondo grande e terribile” dell’istante dell’ieri che diventa oggi e che non tornerà domani.

MARCO SFERINI

19 giugngo 2019

foto tratta da Wikipedia

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