Charlie, tra amore e dolore

Charlie. Ne parlano un po’ tutti e forse già questa è una nota dolente. Charlie può provare dolore, sofferenza. Tutto ciò che ammortizza e fa scemare la sofferenza dovrebbe...

Charlie. Ne parlano un po’ tutti e forse già questa è una nota dolente.
Charlie può provare dolore, sofferenza. Tutto ciò che ammortizza e fa scemare la sofferenza dovrebbe essere incentivato. Con limiti etici posti solo a garanzia di ulteriore dolore magari non fisico ma psicologico.
Ma un neonato non può parlare, non può scegliere.
Possono farlo i medici e i genitori. E, in questo caso, i medici dicono che la sofferenza sarebbe certa se continuassero a tenere in vita il piccolo.
Nessuno ama la morte. Per contrapposizione evidente, istintuale: i vivi quanto meno, come bene ha detto Piero Angela, considerano la morte “una seccatura”, altri ne hanno paura, altri terrore. L’annullamento non fa piacere a nessuno. Scoccia dover morire e spesso, lo dico con cognizione di causa, si muore un po’ ogni giorno quando si pensa alla morte. Soprattutto alla morte annunciata, non a quella imprevista.
Personalmente penso che tutto ciò che evita ad un essere vivente di soffrire sia un bene. Il problema sorge quando questo “bene” coincide con la fine della sofferenza che si identifica con la fine della vita.
E’ il dilemma dell’eutanasia.
Ma quel che forse bisogna con rispetto osservare, è anche l’amore dei due genitori per un figlio che non potranno mai vedere crescere.
Li ho guardati in televisione e nelle foto sui giornali questi due giovani che si tenevano mano nella mano per partecipare l’un l’altro i sentimenti di un amore indescrivibile, non egoistico ma naturale.
Natura contro natura: la naturale voglia e il naturale desiderio dei genitori di dare ancora una speranza al figlio al quale la natura non riserva alcuna speranza. Ha una malattia che solo poche decine di persone su 7 miliardi di individui contraggono. Non consente di vedere, parlare, udire… Praticamente non consente di vivere. E’ completamente invalidante.
Charlie non merita di vivere in questo inferno. Io, come Luisa di Fogazzaro, non credo ad alcun paradiso, ma capisco la madre e il padre che stanno accanto al lettino di Ombretta “Pipì” a vegliarla. Soprattutto Luisa che ininterrottamente si lamenta chiamando la sua piccola affogata nel lago.
Franco si rende conto della situazione, elabora il lutto diversamente da Luisa. Chi ha avuto modo di leggere “Piccolo mondo antico” conosce benissimo quelle pagine melanconiche, piene di dignità morale ma anche di una straordinaria caducità tutta umana.
E questo amore, bellissimo, contrasta con la durezza della morte.
Lasciate che Charlie non viva nell’inferno. Anche se (forse) non c’è, dategli il suo paradiso: la fine della sofferenza.

(m.s.)

foto tratta da Pixabay

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