Carola, che forza il blocco della crudeltà e dell’odio

Carola Rackete è nelle mani dello Stato sovranista. Faccio molta fatica a chiamare Italia questo Paese che diventa sempre più irriconoscibile come quel Paese che, dopo la Seconda guerra...
Carola Rackete, comandante della Sea Watch 3

Carola Rackete è nelle mani dello Stato sovranista. Faccio molta fatica a chiamare Italia questo Paese che diventa sempre più irriconoscibile come quel Paese che, dopo la Seconda guerra mondiale, tra chiari e scuri della democrazia, portava con sé un alto tasso di solidarietà sociale, una rete di mutuo soccorso e di reciproca vicinanza tra tutti gli sfruttati e i più deboli.

Voglio bene al mio Paese ma non lo riconosco più, non mi ci riconosco più e riesco ancora a sentirlo un poco anche mio solo se distolgo lo sguardo e l’orecchio dai comportamenti e dalle parole di tanti cittadini e dei rappresentanti del governo che inneggiano all’italianità come elemento primario di valutazione morale sopra ogni altro, per l’acquisizione di diritti che sono costituzionalmente riconosciuti a tutti, in quanto esseri umani, in quanto – sembrerebbe – appartenenti allo stesso genere vivente.

Ma lo schema che si ripete, pari pari, ormai da tempo, ancor prima dell’insediamento del governo sovranista, è questo: il nuovo consenso elettorale e popolare di massa lo si ottiene speculando sugli effetti di una crisi economica che è frutto di politiche liberiste scatenate contro la povera gente, contro i moderni proletari inconsapevoli di essere una classe di sfruttati e consapevoli soltanto di essere “italiani”.

L’elemento classista non rientra nella percezione singola e collettiva di tante centinaia di migliaia di lavoratori precari, di disoccupati, di disperati che invece sono facili da portare all’ombra della seduzione operata dal semplicismo banalizzante della ricerca del capro espiatorio che li allontani dal ritenere che la causa della loro vita disgraziata sia il padrone, l'”imprenditore”, il banchiere, insomma il ricco.

No, scomparsa la sinistra classista e anticapitalista che aveva protetto l’Italia da una aggressività antisociale, comunque sempre meno feroce di quella attuale, di stampo liberale, quella del Pentapartito (che comunque dava vita ad azioni riformatrici tramite le politiche di governo per mantenere sull’asse di equilibrio la cosiddetta “pace sociale“), entrata nelle nostre vite la prepotenza economica che agisce sul depauperamento della composizione del salario, quindi impoverendo non solo le famiglie mediante la riduzione del costo del lavoro ma creando condizioni di maggiore speculazione con la circolazione delle merci, la risposta popolare, fatta di rabbia e di frustrazione per una politica tutta rivolta alla protezione dei privilegi dei ricchissimi, può essere ottimamente canalizzata dalla ricerca di un nuovo nemico.

Eccolo: il migrante, il rom, il sinti, colui che è diverso da noi.

Visto che noi siamo italiani, non possiamo prendercela con noi stessi, con i nostri “simili”. Semmai possiamo invocare la pena di morte, il carcere duro, l’ergastolo per i nostri fratelli autoctoni se delinquono e, comunque, si tratterebbe sempre di un accanimento verso una delinquenzialità minore, perché la rabbia verso la cosiddetta “casta” dei potenti  è individuata più che altro nella politica praticata nei palazzi piuttosto che nei burattinai economici che la dirigono.

Quindi chi imposta la sua linea politica sull'”invasione dei migranti“, sul pericolo di una “sostituzione etnica” e da qui fa discendere la causa di tutti i problemi del Paese, ottiene il successo cui possiamo assistere in questi mesi: il 37,2% nei sondaggi lo ottiene un partito che fino a poco tempo fa sbraitava a vario modo per dividere l’Italia, per fare del Nord la repubblica federale padana e del resto non si sa bene cosa.

La cosiddetta “Padania” era il sogno del leghismo moderno, quello che si era involuto nella sua evoluzione perversa dal secessionismo in più repubbliche nel progetto di Miglio: le regioni diventavano nazioni e le macroregioni delle repubbliche del Nord, del Centro, del Sud.

Fin dalla fondazione del movimento leghista, il tratto distintivo era la stigmatizzazione della presenza dello “straniero” in Italia, di conseguenza, del meridionale al Nord.

Poi, dopo l’11 settembre, all’antimeridionalismo e all’antiziganesimo, s’è aggiunto anche il “pericolo islamista” e così sui manifesti per le campagne elettorali delle comunali di Milano si poteva leggere: “Zingaropoli” con un centrosinistra che, a detta dei seguaci di Bossi, voleva più campi rom e più moschee.

La serie di fobie leghiste, artatamente costruite nel susseguirsi degli anni e svicolando tra i guai giudiziari che sembravano aver fatto precipitare il Carroccio all’estinzione a partire dal 2012 (soltanto sette anni fa…), ha dovuto cambiare terreno di coltura per poter sopravvivere: come pseudo-ideologia e quindi come movimento, come partito.

La Lega secessionista era da consegnare al passato e, cavalcando l’onda dei nuovi spauracchi provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa a causa delle guerre scatenate dagli americani e dagli inglesi (nonché dai francesi e dai russi) per il controllo politico-economico di vaste aree del pianeta, la Lega Nord è diventata “Lega” e inventatosi un nuovo Bossi dal volto sovranista e tutto italiano, ammantato nel tricolore, ha assunto le sembianze del partito patriottico, da Nord a Sud.

Il trasformismo non lo inventano certamente i leghisti oggi, ma lo perfezionano, lo affinano per bene fino a giungere a sedere nuovamente al governo, dopo le stagioni con Berlusconi e il centrodestra, con la forza che si è inserita nel vuoto di una sinistra diventata centro, liberismo sfrenato e sostegno della moderna borghesia imprenditoriale: i Cinquestelle.

E siamo all’oggi: all’Italia irriconoscibile, alimentata quotidianamente da un sincretismo di cattiveria, odio, disprezzo, crudeltà e disumanità vera e propria nel nome della protezione dei confini, dei porti chiusi, dei muri di filo spinato da erigere alle frontiere con la Slovenia, dell’esultanza ministeriale per l’arresto di una donna che ha salvato 42 migranti che erano salpati dalla Libia e stavano naufragando in mezzo al Mediterraneo.

Sui “social” è tutto un pullulare e crescere di commenti che vanno dalle minacce di morte e violenza verso chi scende in piazza per manifestare contro il governo e a favore di Carola Rackete, del suo equipaggio e dei migranti fino ad insulti razzisti, omofobi e sessisti.

A chi manifesta nelle piazze i leghisti, sovranisti e fascisti di nuovo modello riservano queste parole (tratte da Facebook, quindi virgolettate perché non sono frutto della nostra fantasia, errori grammaticali e stilistici compresi):

Visto che volete aprire i porti…..fatevi dare la lista di chi arriva ..e portatevene a casa qualcuno !!!!“;

Ma sti pezzi di escrementi un cervello l hanno mai avuto ?ma è possibile che non riescono a comprendere la gravità del comportamento della capitana ,che non abbiano amor di patria,rispetto delle leggi?e del giro di soldi che c è dietro a questi traffici?“;

Chiudete i porti e mettete i carri armati e se qualcuno vuole scendere sparate anche“;

Ma qualcuno che gli spara dal terrazzo no ??? Eddai su almeno ce ne leviamo un po dai coglioni di sti parassiti eh“;

Questi sono i tipici finocchi col culo degli altri … parassiti camicie rosse da schiaffoni !

schiaffoni coi mattoni …“;

Guarda anche senza mattoni … glieli darei volentieri io a mani nude finché non mi vengono i calli“.

E’ sufficiente per comprendere che il fenomeno “social network” alimenta a dismisura la tracotanza, la bellicosità verbale e la spavalderia di tutta una serie di veri e propri seminatori di odio e istigatori alla delinquenza, alla violenza: persino all’omicidio attraverso il cecchinaggio da qualche tetto…

Queste “legioni di imbecilli” (come adeguatamente le definiva Umberto Eco) sono la protesi comunicativa diretta, pseudo-popolare di forze politiche che ogni giorno non fanno che agitare spettri ansiogeni di fobie riguardanti un aumento della povertà dovuto alla presenza di migranti, rom, sinti e chi più ne ha più ne metta.

A monte, il problema è un governo che è all’origine di questo comune sentire, di una percezione della realtà capovolta, falsata per alzare il livello dello scontro tra “buonisti” e società civile, patriottica, che innalza i cartelli con sopra scritto: “Prima gli italiani!“.

Carola Rackete non ha soltanto forzato un blocco marittimo. Carola Rackete ha forzato il blocco di crudeltà e di odio, di xenofobia e razzismo di una Italia che stento a riconoscere. Ha forzato il blocco della stupidità dei sovranisti, della loro cieca ottusità, della disumanità di Stato.

Carola Rackete è quell’umanità che ci piace pensare possa esistere ancora in questa Italia che era un “Bel Paese” e che sta divenendo, molto velocemente, un paese della vergogna.

#FreeCarola #iostoconCarola #FreeSeaWatch #FreeMareJonio #maiconSalvini

MARCO SFERINI

29 giugno 2019

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