Cara Rifondazione, torniamo ad essere una sinistra di classe

30 anni Dopo quasi trent’anni, si può tentare di osservare i fatti “storici“: si può, in sostanza, iniziare a stabilire un punto di esame di tutto quanto è corso...

30 anni
Dopo quasi trent’anni, si può tentare di osservare i fatti “storici“: si può, in sostanza, iniziare a stabilire un punto di esame di tutto quanto è corso e trascorso nella politica della sinistra comunista in Italia, in merito ai comportamenti che abbiamo tenuto, alle tattiche che abbiamo tentato di mettere in pratica, tenendo presente che la strategia rimane quella di lungo termine, dell’obiettivo massimo, dello scopo ultimo per cui tutte e tutti noi, che ci definiamo comunisti, ci impegniamo quotidianamente.

La “storia” di questi ultimi tre decenni ci parla di una nascita di un partito comunista rifondato nel momento in cui cambiavano i rapporti di forza tanto nel quadro sovrastrutturale della politica italiana quanto nell’ambito strutturale dell’egemonia di grandi famiglie e gruppi economici che sino ad allora avevano avuto contatti stretti con i principali partiti di riferimento nell’ambito delle maggioranze di governo del Pentapartito.

La cosiddetta “rivoluzione italiana” è stata più che altro una frase inventata al pari di “prima repubblica” nei confronti di una supposta “seconda repubblica” mai nata, visto che – almeno formalmente, quando la forma è praticamente sostanza e riguarda l’impianto costituzionale nel suo complesso – la forma dello Stato non è passata da parlamentarista a presidenzialista e l’equilibrio tra i poteri è (dovrebbe essere…) rimasto inalterato nel tempo.

Indubbiamente, se ci si riferisce agli anni a cavallo tra il 1989 e il 1994 come anni di svolta, come anni di separazione tra il periodo del dopoguerra e del potere democristiano e socialista-craxiano rimasto inalterato fino agli stravolgimenti internazionali ed al crollo di tutto un complicato sistema di corruttele che fece venire meno DC e PSI (e che lambì anche una parte del PCI) e che fece emergere forze come la Lega Nord, Alleanza Nazionale e Forza Italia, non c’è dubbio che quel lustro è una fase di passaggio, una transizione da una concezione del rapporto tra economia e politica che è mutato repentinamente e che ha messo anche i comunisti davanti al dilemma di un nuovo “Che fare?“.

Stavolta non soltanto per effetto di scontri interni, ma semmai per effetto di liquidazione di tutto un patrimonio sociale che il PCI aveva costruito in cinquant’anni di lotte e di radicamento nei territori, nelle fabbriche e anche, con qualche difficoltà, nell’effervescente mondo studentesco del post-Sessantotto e dopo gli anni ’70, i comunisti si sono trovati a dover scegliere se esistere ancora o se archiviare l’esperienza anticapitalista in Italia.

Domande che non soltanto dalle parti del PCI venivano fatte, ma anche nei settori della sinistra comunista libertaria, quella che aveva scelto l’eresia de “il manifesto“, della Nuova Sinistra, del Partito di Unità Proletaria prima e di Democrazia Proletaria poi.

Ne venne fuori Rifondazione Comunista, che raccolse in sé il meglio ed anche il peggio dei rimasugli di tanti piccoli apparati ideologici che coltivavano la speculazione filosofica più che la pratica politica e quindi, inevitabilmente, la necessità di rifondare il movimento e un partito comunista in Italia partì con tante buone speranze, con una rinnovata passione ma pure con alcuni vizi di forma, se così possono essere definiti sinteticamente.

A trent’anni di distanza dalla nascita del Partito della Rifondazione Comunista, dopo una vita passata a provare a riaffermare il ruolo dell’anticapitalismo in Italia, è venuto il momento di fare un bilancio tanto storico quanto politico della nostra ragion d’essere.

Tutto il ventennio berlusconiano, inframezzato dalle brevi ma significative parentesi dei governi di Romano Prodi, ci ha condizionato in virtù anche delle leggi elettorali che, sull’onda della “necessità del maggioritario“, dopo il referendum di Segni, hanno impedito il pieno sviluppo dell’autonomia comunista in seno al Parlamento e, quindi, anche nel Paese.

Quella che allora si poteva ancora definire “sinistra socialdemocratica“, quindi il PDS di Occhetto, scriveva nel proprio programma di governo (“Per ricostruire un’Italia più giusta, più unita, più moderna“) allegato a “L’Unità” nel febbraio del 1994:

Proponiamo una nuova legge elettorale che preveda il doppio turno e la scelta esplicita della maggioranza parlamentare e del Presidente del Consiglio, per realizzare gli stessi obiettivi conseguiti con la recente legge sull’elezione diretta del Sindaco e del Consiglio Comunale“.

La logica politica della sinistra moderata e post-comunista fu quella fin dall’inizio: sfrangiare, sfoltire, tutt’al più tollerare le ali cosiddette “estreme” in seno ad alleanze che dovevano servire alla cosiddetta “alternanza di governo“, laddove però si andava incontro a fronteggiare delle nuove destre mai viste nello scenario italiano e che prendevano sempre più vigore proprio mentre avanzavano logiche privatistiche che sostituivano il bene comune tanto nei grandi apparati strategici dell’economia pubblica quanto nelle grandi associazioni di tutela e di mutuo soccorso, sindacali, sociali e creative create proprio dal movimento comunista nel corso di cinque decenni.

Il ruolo del PRC
Rifondazione Comunista non ebbe scelta: “stare fuori dall’esercito democratico“, contraddicendo persino Marx, oppure farne parte rivendicando la propria autonomia e venendo, per questo, dipinta sempre come il “partito del NO“, come la “rompiscatole” della coalizione che di volta in volta si formava. Così è avvenuto con la “desistenza” nei confronti de “L’Ulivo“, così avverrà più tardi con il secondo governo Prodi nato dall’esperienza de “L’Unione“.

Ma sarebbe anche ingiusto attribuire a noi stessi un potere così efficacemente logorante dall’averci condotto ad oggi all’irrilevanza politica, sociale e persino culturale. E’ evidente che non siamo un’isola dell’utopia separata dal resto del mondo e che non abbiamo nemmeno la vocazione degli stiliti o dell’eremitismo. Per cui, se un alibi possiamo invocare a nostra discolpa, è quello di aver avuto parte negli ultimi trent’anni di politica del Paese provando ad essere tanto “partito di lotta” quanto “partito di governo“.

Ma quando i rapporti di forza sono sempre e solo a favore di soggetti politici che rappresentano le classi dominanti, le moderne borghesia finanziarizzate e speculatrici, la tua presenza nelle coalizioni, i tuoi tentativi di fermare l’avanzata delle destre antidemocratiche finisce col favorire politiche contrarie al DNA che ti dovrebbe definire come “alternativa” a tutto quello che si presenta nell’agone politico e sociale.

E’ allora così tanto vero che la famosa caduta del governo Prodi I è stato il varco di apertura al dilagare delle destre berlusconiane e leghiste? O non è forse stata invece una progressiva involuzione della sinistra moderata (che da PDS è divenuta DS e poi PD, dall’unione con il cattolicesimo popolare), una degenerazione rispetto agli stessi valori della socialdemocrazia, una trasformazione istituzionalizzante della sinistra in forza necessariamente “di apparato”, votata al governismo come uno scopo d’esistenza, a creare le fondamenta per una soluzione sempre più liberal-liberista dei problemi del Paese?

Una soluzione quindi tutta protesa a coniugare la “forma” di sinistra con la “sostanza” della destra: apparire progressisti ed essere liberisti. Un binomio deleterio, che i lavoratori hanno percepito a modo loro, senza studiare troppo queste dinamiche perverse, e di cui si sono liberati rifiutando il tradimento e passando armi e bagagli nelle braccia dei moderni populisti pentastellati prima e del sovranismo neofascista poi.

Pensavamo che il berlusconismo fosse l’approdo più corrosivo per la democrazia cui potesse giungere la destra italiana: ci eravamo sbagliati noi e si erano illusi i nuovi teorici della sostenibilità del mercato che intanto davano vita al Giano bifronte chiamato Partito Demcoratico.

Una nuova critica politica
Per questo, se dobbiamo fare un bilancio dei trent’anni ultimi della vita politica italiana e del ruolo dei comunisti in essa, possiamo affermare che abbiamo avuto delle responsabilità ma che siamo anche stati costretti ad assumere dei ruoli che non avremmo voluto avere e che, purtroppo, siamo rimasti invischiati in troppi tatticismi e abbiamo perso di vista la strategia, il valore aggiunto della nostra diversità, l’obiettivo per cui siamo tornati a nascere nel 1991 e per cui ci siamo chiamati “Rifondazione Comunista“.

E’ tempo di recuperare quella strategia, quel valore aggiunto e quell’obiettivo: dopo aver affrontato in maniera critica lo stalinismo ed averlo espulso dal nostro groppone, riproponendo una visione libertaria del comunismo, ora è necessario affrontare in maniera egualmente critica la fase in cui ci troviamo che non vede più nessun comunista presente in Parlamento e che vede sconfitto ogni tentativo di aggregazione con forze della sinistra di alternativa come Sinistra Italiana che hanno scelto, ennesimamente, dopo la sconfitta elettorale alle europee, di rientrare a pieno titolo nella riconsiderazione di un nuovo “centrosinistra“, quindi di fare parte di quell’apparato di gestione di politiche anche liberiste, rinunciando alla costruzione di una sinistra di classe.

E’ ciò che dobbiamo intraprendere oggi: la rimodulazione del classismo attraverso la sinistra di opposizione tanto al pericolo delle destre sovraniste quanto alla caricatura di forze democratiche rappresentata dalla maggioranza di governo che non mette in discussione i decreti sicurezza di Salvini, che non prende in considerazione l’abolizione del Jobs act e che nemmeno lontanamente si sogna di ripristinare minime garanzie per i lavoratori, come la tutela dai licenziamenti senza giusta causa; mentre si propone di aprirsi alle grandi opere, di investire nel privato, di regolare i rapporti con l’Unione Europea stabilendo patti economici che non faranno altro se non riversarsi sui più deboli della società, sul moderno proletariato.

la Repubblica” fa bene a parlare di “ultrasinistra” quando si riferisce all’assemblea romana della sinistra di opposizione. Quello che per il giornale liberal-liberista è un dispregiativo, uno stigma (essere “ultra“, quindi oltre il consentito), diventa forse un modo per distinguere ciò che è normalizzato e che sta al governo e si fa chiamare “sinistra” da ciò che invece deve tornare ad essere elemento di movimento e costruzione dell’organizzazione anticapitalista in ogni settore di vita, di sopravvivenza, di sfruttamento della forza lavoro, manuale o intellettiva che sia.

Dall’assemblea romana organizzata da Sinistra Anticapitalista, Partito Comunista dei Lavoratori e PCI – Partito Comunista Italiano è venuta fuori una convergenza che ora deve declinarsi in tutti i territori: costruire una sinistra comunista, di classe per fronteggiare le due facce della stessa medaglia. Da un lato il fronte sovranista – fascista e dall’altro quello del liberal-liberismo che si oppone ai primi stando bene attento a non fuoriuscire dai cardini del “possibile” nel sistema in cui viviamo.

Mi auguro che anche il mio Partito, che il Partito della Rifondazione Comunista tutto, stia in questo percorso perché dobbiamo imparare dai nostri errori, senza rimuovere il passato, senza che nessuno debba “andare a Canossa“.

Tutti abbiamo commesso errori. Ne commetteremo ancora. Ma non possiamo più ripetere quelli che già abbiamo fatto, quelli che già conosciamo bene.

MARCO SFERINI

8 dicembre 2019

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