Autonomia differenziata: l’Italia non è di “ognuno”. E’ di “tutti”

E’ sbagliato, deviante e quasi irrisorio vedere la grave questione dell'”autonomia differenziata” come una faccenda meramente fiscale. Di quello nella sostanza si tratta, ma l’operazione politica che va svelata,...

E’ sbagliato, deviante e quasi irrisorio vedere la grave questione dell'”autonomia differenziata” come una faccenda meramente fiscale. Di quello nella sostanza si tratta, ma l’operazione politica che va svelata, e che esiste e viene portata avanti carsicamente, è quella della divisione del Paese, di una secessione fatta da chi oggi si proclama sovranista, quindi neonazionalista nei toni da comizio, nei provvedimenti di governo e innalza lo slogan: “Prima gli italiani!”.

La Costituzione consente (all’articolo 16 con rimando all’articolo 117) di attribuire specifiche autonomie, quindi potestà trasferibili dallo Stato alle Regioni a statuto ordinario in questo caso, ma non contempla certamente un disequilibrio fiscale tra gruppi di regioni, quindi larghe parti del Paese e altre parti del Paese stesso.

La riforma che la Lega vuole portare avanti in Lombardia e Veneto di fatto attribuirebbe a Milano e Venezia la facoltà di trattenersi la stragrande maggioranza di gettito fiscale sul territorio regionale, sottraendolo al fondo comune dell’erario cui contruiscono tutte le altre regioni.

In questo modo si creerebbero aree del Paese autonome non per compensazione ma per privilegio, mentre tutto il Meridione si troverebbe nella condizione di essere sfruttato e impoverito maggiormente: dovrebbe farsi carico delle normali spese di gestione delle risorse regionali e, in più, ottemperare costituzionalmente ai doveri previsti da quella che dovrebbe ancora essere percepita e sentita come “solidarietà nazionale”, quindi sociale, nel versamento delle tasse a Roma.

Davvero curioso e inquietante tutto ciò: dei secessionisti accesi ed infuocati dal “dio Po”, dal concetto mai esistito storicamente di “Padania”, diventano degli intransigenti nazionalisti, sovranisti e, nel nome della Nazione, spingono per un secessionismo non urlato questa volta, anzi ingannevole, fatto mediante un amore per l’italianità, proponendo alla popolazione la storiella che prima di tutto vengono gli italiani.

Poi, a seconda di dove ci si trova, il concetto è declinabile in ogni forma geografica: se vi trovate in Veneto, si passa da “Prima gli italiani!” a “Prima i veneti!”; se siete in Sicilia diventa: “Prima i siciliani!”. Peccato che il progetto secessionista dell'”autonomia differenziata” (e “rafforzata”, come giustamente recita il testo governativo, almeno per coerenza minima con sé stesso!) metta praticamente non “prima chiunque” ma soltanto quelle regioni dove la Lega ottiene il maggiore consenso assoluto, dove è nata e si è sviluppata come partito separatista prima e nazionalista dopo.

L'”autonomia differenziata”, come si diceva all’inizio, non è però restringibile soltanto alla questione fiscale, ad un semplicistico calcolo di quante tasse vanno verso lo Stato e di quante risorse tornano verso le regioni: la trattenuta regionale sul piano erariale avrebbe, come prevedibile e tecnicamente inevitabile, un miglioramento dei servizi sociali e sanitari, in generale del rapporto tra cittadini e istituzioni tanto in termini di diritti quanto in termini di funzionamento burocratico, per le regioni privilegiate (quelle che pretendono già oggi di trattenere il 90% delle tasse sul proprio territorio).

Il resto del Paese sarebbe ridotto ad una frammentazione sociale che, di fatto, ne determinerebbe una spaccatura addirittura regionalistica, fatta di sistemi di protezione sociale propriamente detti solo per le regioni ricche e di povero assistenzialismo da parte di uno Stato vittima esso stesso delle manovre attuali di una maggioranza di governo che sostiene di promuovere tutto ciò in nome del benessere comune della Nazione.

Esistono molti modi per dividere un Paese: uno è quello di provare con una propaganda grossolana, fatta di adesivi con scritto “Repubblica del Nord” appiccicati sotto i cartelli stradali, impugnando le ampolle con l’acqua del Po, richiamando impropriamente il pensiero di Carlo Cattaneo (sic!), inventandosi macroregioni che nemmeno Strabone o Erodoto hanno mai citato nelle loro opere storico-geografiche.

Oppure ci si possono mettere tante felpe quanti sono i nomi dei comuni d’Italia, girare per il Paese dicendosi amico del popolo, credente nel cambiamento, baciando il crocefisso durante grandi manifestazioni di piazza e giurando che si vogliono salvare vite in mare mentre si fa di tutto per tenere lontane le imbarcazioni alla deriva dei migranti.

L’Italia della Repubblica democratica, quella della Costituzione è l’opposto di quella dell'”autonomia differenziata” del nuovo leghismo nazionalista: è l’Italia dell’inclusione e del mutuo soccorso tra regioni; è l’Italia che mette in relazione Nord e Sud e non li allontana con un egoismo fiscale che si trasforma in un privilegio tutto regionale e dimentica la dimensione nazionale del Paese.

L’Italia della Repubblica democratica è da ricostruire: per farlo bisogna continuare sulla strada intrapresa dai sindacati a Reggio Calabria. La grande manifestazione, che si è svolta in un luogo simbolo della rivolta contro l’autoritarismo e le trame nere di tempi nemmeno poi così lontani, deve trovare una eco ampia nel Paese e deve creare un movimento non soltanto sindacale ma anche politico e sociale che tuteli l’unità italiana come unità di tutti gli sfruttati, mettendo al centro delle questioni il lavoro e la vita di tutti.

Spesso ciò che è singolare non sempre può essere racchiuso in ciò che deve essere plurale: se “tutti” non possono godere di ciò di cui gode il singolo, a quel punto il singolo non è più nemmeno “ognuno”. E viceversa, naturalmente…

Perché l’Italia non è di “ognuno”, ma è di “tutti”.

MARCO SFERINI

23 giugno 2019

foto tratta da Pixabay

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