Alda Merini, 10 anni dopo

“Tu non sai quante volte bacio i cancelli di casa mia che si aprono soltanto se citofono alla pazza della porta accanto. E lei mi lascia fuori come un...
La tomba di Alda Merini

“Tu non sai quante volte bacio i cancelli di casa mia che si aprono soltanto se citofono alla pazza della porta accanto. E lei mi lascia fuori come un mendico. Ma io servo la sua nudità, la sua avarizia, il suo vangelo assassino.
(Alda Merini, “La pazza della porta accanto”)

Avete mai avuto occasione di leggere le poesie e quei racconti a metà tra il racconto stesso, la parafrasi della poesia e la poesia stessa che Alda Merini ha scritto nel corso della sua travagliata e meravigliosa vita?

Se non l’avete fatto, cogliete l’occasione, lo sprizzo e il guizzo dell’intuizione di un momento e lasciate perdere tutto quello che vi circonda, voi stessi per primi e immergetevi nelle righe di Alda che sono la salvazione dalla considerazione della vita come qualcosa di serio, per cui cercare un senso ogni maledettissimo (o santissimo, a seconda delle preferenze) giorno.

Certo che la vita è seria e va presa sul serio: ma nel suo minuscolo microcosmo terrestre, nel quotidiano appunto. Quel “quotidiano” che Carmelo Bene rifiutava di avere, che disconosceva perché riteneva di non potersi pienamente esprimere come “io“, in quanto l’espressione di noi stessi, quando affermiamo “Io sono” (un po’ come il dio di Israele del Antico Testamento) è un vuoto del pensiero riempito di pregiudizi autogestiti perché indotti dalla sensazione di “essere” e di “esserci“.

In quanto “esistenti“, a nostra volta ci illudiamo di produrre le nostre peculiari originalità nel parlare, quindi nell’esprimere i nostri pensieri. Ma, se riflettiamo a dovere, noi siamo davvero “vissuti” da pensieri altrui e ripetiamo incessantemente, ogni maledetto o santo giorno, frasi comuni (quindi prive di un valore di originalità, si potrebbe dire di un “marchio di qualità“), dette, ridette, stradette e inflazionate nell’infarcitura di dialoghi che pensiamo essere la normalità dialogica del presente e che invece è un eterno ritorno di un passato molto prossimo cui, se siamo fortunati, ogni tanto viene inserito qualche vero grande pensiero del passato.

Alda Merini è morta dieci anni fa e ci ha lasciato tutt’altro che un “gran vuoto“, come appunto banalmente si usa non-dire comunemente oggi. Ci ha lasciato un grandissimo pieno di angosce, di torture dell’animo e del corpo fatte da una società che non accettava la lucida follia della “Pazza della porta accanto” (edito da Bompiani nella collana dei “Tascabili”) , quella donna così strana che nel Medioevo avrebbero tacciato di stregoneria, arso viva su un rogo e che negli ultimi decenni del “secolo breve” invece si “limitavano” a rinchiudere in manicomio.

La “pazza” è colei che si interroga romanticamente sulla vita, che ama tantissimo, il cui amore è frainteso, isolato e che si rifugia nella solitudine solo quando deve creare sé stessa per ritrovarsi, per ricordarsi soprattutto che la sua umanità è tanto forte quanto fragile e che solo nel silenzio si cresce.

Solo non confessando i propri segreti ci si rende autonomi dall’ansia materna e paterna di ricercare sempre un legame con la figliolanza. Alda Merini è una straordinaria bellezza dell’incoscio che emerge nella proposta intima ma anche diffusa dei suoi scritti, di poesie che la definiscono in un abbandono di sé stessa proprio mentre continuamente è cosciente di essere felice nel distacco da tutto tranne che dalle passioni.

Le passioni ancestrali, quelle quasi innate e quelle fatte di sogni che fin da bambina si è portata appresso: magari il “voler fornicare col figlio del lattaio“, il “voler sfuggire al ventre materno, scappare di casa, proprio per inseguire passioni segrete, che venivano tenute segrete“. Per crescere.

Ed una volta cresciuti, diventiamo un po’ tutti, senza accorgercene, delle “sedie su cui non si siede mai nessuno“. Per ciascuno viene un po’ il tempo dell’essere abbandonati, del conoscere la solitudine e la tristezza che attribuiamo all’esteriorità, alle brutture delle ingiustizie sociali. Giustamente, visto che non esiste una eterogenesi dei comportamenti umani se non ciò che ci condiziona anche nei rapporti concreti, pragmaticamente intesi, tangibili, materiali.

Ma per essere dei veri esperti di un materialismo storico, dialettico, scientifico, occorre studiare l’animo umano, provare a conoscere la pazzia che c’è in ognuno di noi, ridotta invece a stimoli evidenti di azioni insolite: un tic nervoso, una deficienza mentale.

Invece la vera follia è l’accettazione incondizionata dell’esistente, il non porsi domande, il non voler conoscere l’animo umano confessando a tutti i propri segreti, quindi le proprie angosce e i tormenti, le fobie, le ansie, le paure e i fantasmi che “ci” arrivano e che non sappiamo da dove arrivino.

Ma sono dentro noi perché fanno parte di un discorso veramente psicoanalitico, che Alda Merini avrebbe amato molto come indagine dolce, non da laboratorio, lontana forse dal primo Freud, vicina a Basaglia, ad un approccio differente tra chi si considera “normale” e pretende (o cerca) di curare gli “anormali“.

Dovremmo tenere per noi tutto quello che profondamente ci angoscia e custodirlo preziosamente: invece il desiderio di condividere una sofferenza, di sentirci coccolare da una parola buona, ci porta a dire tutto, a scrivere su Whatsapp ogni nostro turbamento e alla fine in noi non resta se non un animo disperso in mille rivoli, che non ci appartiene più.

Ha prevalso non l’istinto ma l’omologazione a rientrare in una società che, per molto meno, nemmeno tanti anni fa ci avrebbe fatto l’elettroshock se avessimo detto al medico cosa vagava nei meandri del nostro “io” nascosto, di quello che non appare ma che invece esiste e cerca di poter venire fuori.

Alda Merini ci ha fatto capire che siamo importanti tanto dentro noi, quanto fuori noi. E se curiamo la nostra interiorità con le immagini della poesia, della fantasia e del sogno, curiamo forse anche un poco questa società che ha smesso di sognare, che ha smesso di avere passione e che pensa solo all’esaudimento dei desideri materiali di ogni giorno. Maledettissimo o santissimo che sia.

MARCO SFERINI

2 novembre 2019

foto tratta da Wikimedia Commons

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