Abbandonati tra i rifiuti, i migranti chiedono aiuto

Degrado capitale. L'inferno nella ex fabbrica della Penicillina che Raggi non vede

Colpito il Baobab, le ruspe salviniane puntano sul cronoprogramma delle occupazioni da sgomberare. Si tratta di un elenco degli obiettivi che da prima del governo gialloverde circola tra tavoli sull’ordine pubblico e conferenze al Viminale. In cima alla lista figura un’ex fabbrica di penicillina che sorge in fondo alla via Tiburtina, poco prima del Grande raccordo anulare. Ci vivono in tanti, dai duecento ai seicento a seconda del momento dell’anno e delle condizioni climatiche. Non è un’occupazione organizzata, qui la gente si è radunata spontaneamente, in mezzo al degrado di un relitto post-industriale.

Un tempo questa era la zona industriale delle capitale. Poi ci fu l’illusione di una riconversione tecnologica, tanto che per qualche anno si parlo di Tiburtina Valley. Quando era sindaco Walter Veltroni, su richiesta delle associazioni imprenditoriali l’amministrazione comunale si imbarcò nell’allargamento della via consolare. I cantieri aprirono e i rulli compressori si misero all’opera sull’asfalto fresco. Solo che la crisi prese il posto delle fabbriche e anche dei centri commerciali.

Ora la Tiburtina è una lunga sequenza di sale per slot machine e insegne di vendo oro e scommesse. Poi si arriva a questo scheletro industriale. Lo scenario parrebbe desolante, eppure, gli uomini e le donne che vivono nell’enorme complesso, in mezzo a ruderi che fanno intravedere i fasti dell’industria farmaceutica, hanno deciso di prendere parola. La caccia al mostro delle politiche securitarie appare ancora più evidente quando ti raccontano le storie degli abitanti e quando i tanti africani (maghrebini e nigeriani) , i rumeni e gli italiani che vivono in questo posto aprono le porte del ghetto. Molti arrivano dall’accampamento di Ponte Mammolo, baraccopoli che sorgeva poco più verso il centro e che venne sgomberata ormai quattro anni fa.

Oggi come allora, le persone vengono lasciate senza niente in mezzo alla strada. «Siamo costretti a vivere in questo posto in mezzo a rifiuti, anche a tossici, all’amianto, a cumuli di spazzatura e mura pericolanti. Ma non siamo delinquenti né banditi. Siamo solo poveri. Viviamo qui perché non abbiamo alternativa», dice John, uno degli occupanti nordafricani che funge da Cicerone nel corso della speciale visita guidata in mezzo ai calcinacci. Il variegato popolo dell’abisso dell’ex fabbrica sa bene che ha poco da difendere, questo non è un posto dignitoso ma solo un ricovero estremo.

Per questo chiedono «non uno sgombero ma un’evacuazione», cioè un’operazione da portare avanti col dialogo e che comprende «un’alternativa alloggiativa». Più avanti si scorgono i palazzi di San Basilio, il quartiere che negli anni Settanta ha ospitato mobilitazioni storiche del proletariato di un’altra epoca anche allora in cerca di diritti e di un tetto sopra la testa. A pochi metri c’è un’occupazione di un residence, fa parte della nuova generazione di lotte, promossa da Asia Usb, sindacato di base che solo pochi giorni fa era qui davanti assieme ai migranti a fronteggiare una manifestazione di CasaPound, che da mesi prova ad alzare la tensione nel quartiere. Anche questa è una costante: dove Matteo Salvini punta il dito spuntano le truppe dell’estrema destra.

Quelli di Usb chiedono che questo posto venga requisito dal comune «per poi essere bonificato e aperta al pubblico, ad esempio con spazi per bambini e disabili». «Le politiche delle ruspe creano illegalità – spiega Aboubakar Soumahoro – Il 15 dicembre a Roma saremo in piazza contro qualsiasi forma di razzismo, sessismo e discriminazione. Metteremo al centro chi vive in situazioni come questa. Gente che chiede un tetto dove dormire e di essere regolarizzata dopo tanti anni in Italia».

GIULIANO SANTORO

da il manifesto.it

foto: screenshot

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