70 milioni di persone in fuga. «Fili spinati e muri sono inutili»

Migranti. I dati del Global Trends 2018 dell’Unhcr: in 20 anni raddoppiati rifugiati, richiedenti asilo e sfollati. Quasi tutti si trovano in un Paese povero

Ci sono le chiacchiere e poi ci sono i numeri. Come quelli resi pubblici ieri dall’Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) nel rapporto Global Trends 2018: una mappatura globale dei flussi di uomini, donne e bambini costretti ad abbandonare i luoghi di origine, presentata ogni anno alla vigilia della giornata mondiale del rifugiato che si celebra oggi. I numeri relativi al 2018 dicono che ormai le persone in fuga sono 70,8 milioni (stima per difetto): il doppio di 20 anni fa e 2,3 milioni in più rispetto ai dodici mesi precedenti. «La situazione non vede alcuna inversione di tendenza – spiega Carlotta Sami, portavoce Unhcr per il Sud Europa – È la dimostrazione che le politiche globali basate su esclusione e odio, tradotti in muri e fili spinati, non funzionano».

Il paradosso è che le persone scappano da persecuzioni, guerre, violazioni dei diritti umani e cambiamenti climatici prodotti dalle strategie economico-politiche dei grandi della terra, gli stessi che alimentano allarme sociale e guadagnano consenso sulle presunte invasioni e le speculari chiusure dei confini. I miti su cui si basano questi discorsi, però, sono falsi. Lo dimostra in quattro punti Roland Schilling, rappresentante regionale Unhcr per il Sud Europa.

Punto uno: la maggioranza delle persone in fuga rimangono all’interno del loro paese, senza varcare alcuna frontiera internazionale. Sono i 41,3 milioni di sfollati interni, il 58,57% del totale. Si tratta del gruppo principale che compone la cifra di 70,8 milioni. Gli altri due sono i richiedenti asilo e i rifugiati veri e propri. Durante lo scorso anno le persone in attesa dell’esito della domanda d’asilo erano 3,5 milioni, mentre quelle che hanno avuto responso positivo 25,9 milioni. Tra questi sono compresi i 5,5 milioni di rifugiati palestinesi.

Punto due: le destinazioni principali di chi è costretto a lasciare la propria casa sono gli stati confinanti. Quattro su cinque vivono in paesi adiacenti a quello di origine. Così gli stati che occupano le prime tre posizioni della classifica per numero di rifugiati in termini assoluti (Turchia 3,7 milioni; Pakistan 1,4 milioni; Uganda 1,2 milioni) confinano con i primi tre da cui le persone scappano (Siria 6,7 milioni; Afghanistan 2,7 milioni; Sud Sudan 2,3 milioni).

Punto tre: la direttrice migratoria principale è poor to poor, da paesi poveri a paesi poveri, nell’83% dei casi. In media gli stati ad alto reddito accolgono 2,7 persone ogni mille abitanti, quelli a reddito medio o medio-basso più del doppio, 5,8. Lo scorso anno solo il 16% dei rifugiati sono stati accolti in paesi di regioni sviluppate.

Punto quattro: i minori rappresentano il 50% del totale delle persone in fuga. Nel 2018, almeno 138 mila tra loro vivevano soli o senza famiglia. Unico rappresentante del governo italiano presente alla conferenza stampa di presentazione del rapporto è stato Luigi Maria Vignali. Il direttore generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale ha sostanzialmente ribadito la strategia dell’esecutivo rispetto alla Libia, da cui l’Unhcr chiede di evacuare immediatamente almeno 4 mila migranti, e tenuto a sottolineare l’aumento delle richieste d’asilo di cittadini venezuelani. Nel 2018 sono state quasi 342 mila. Dal ministero dell’Interno, nonostante l’invito, non si è presentato nessuno.

Se restano completamente assenti dall’orizzonte politico globale strategie strutturali per cambiare di segno al drammatico fenomeno della fuga delle persone, anche gli interventi per trovare soluzioni a chi è costretto ad abbandonare il luogo di origine incontrano ostacoli e difficoltà. E non tengono il passo della tendenza complessiva. Questi interventi sono di tre tipi: rientro volontario, integrazione nella comunità di accoglienza o reinsediamento in un paese terzo. Nel 2018 poco meno di 594 mila rifugiati sono tornati a casa, solo 92 mila e 400 sono stati reinsediati (meno del 7% di quelli in attesa), mentre 62 mila e 600 hanno acquisito una nuova cittadinanza.

In questo quadro fosco le uniche tinte positive vengono da un sempre maggiore impegno della società civile e di nuovi attori. «Dobbiamo ripartire da questi esempi ed esprimere solidarietà ancora maggiore nei confronti delle diverse migliaia di persone innocenti costrette ogni giorno ad abbandonare le proprie case», ha dichiarato Filippo Grandi, Alto commissario delle nazioni unite per i rifugiati.

GIANSANDRO MERLI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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