Divisa e autoritarismo cent’anni dopo

Mi chiedo come possa sottoporre ad una analisi critica il portato dei miei studi e delle mie riflessioni e sensazioni. Mi rendono propenso a ritenere questo che viviamo, dopo...

Mi chiedo come possa sottoporre ad una analisi critica il portato dei miei studi e delle mie riflessioni e sensazioni. Mi rendono propenso a ritenere questo che viviamo, dopo il degrado della democrazia parlamentare, un periodo di sollecita incubazione di forme politiche autoritarie, violente, inumane. Cento anni orsono autoritarismo, violenza, inumanità si affermarono in gran parte dell’Europa. In Italia quell’affermarsi si chiamò fascismo. Come chiamare quanto sale oggi dal fondo della società italiana? Per quanto la denominazione di fascismo orienti nell’indagine, quanto, al contrario, di questo attuale emergere nasconde o travisa? La violenza, la miseria dei vocabolari. Prendo avvio da qui: quasi ogni giorno si ha notizia di casi di violenza commessi con spietatezza, protagonisti adolescenti o giovani. Angherie, maltrattamenti, stupri vengono, con una crescente frequenza tra i giovani, ripresi dai medesimi autori con fotocamere cellulari ed esibiti non solo agli amici, ma inoltrati sui social, ‘postati’, come si dice, ‘condivisi’.

Come a dire che il riconoscimento di effettiva realtà è conferito al gesto che essi stanno compiendo proprio dalla videoregistrazione che contestualmente ne fanno. Sembra giusto affermare che essi si riconoscono autori d’un atto quando è restituito loro nella sua trasposizione digitale. È quanto avvenuto in occasione dei numerosi recenti casi di brutalità gratuite accaduti nelle aule scolastiche o di efferatezze consumate da bande di minorenni in strada ai danni di clochard e di neri. Il grado di consapevolezza (qualunque essa sia) che essi posseggono delle imprese delittuose che han compiuto è affidata ad una sorta di trasferimento di quegli episodi di violenza in un universo parallelo di tenore mediatico, un universo che li rende compatibili e affini con l’insieme di altrettanti atti, gesti, fatti parimenti violenti che entrano ‘in rete’, siano essi documenti giornalistici o spezzoni cinematografici. Immagini che sono presenti ‘in rete’ a svolgere quel nastro ininterrotto di disumanità che ci fascia. Sembrano i giovani i più esposti a muovere i propri comportamenti in sintonia con la loro corrispettiva resa digitale.

Ma il fenomeno in questione è ben altrimenti diffuso. Esso coinvolge in forma dilagante sterminate moltitudini. È perfino un banale esercizio, ormai (nell’epoca digitale straripante e incontenibile che tutto travolge), verificare quanto sia attraverso modalità d’ordine ‘televisivo’ che io rendo a me stesso reale, ossia effettivamente per me avvenuto, un fatto che mi sia capitato o un gesto che abbia effettuato o un compito che abbia assolto o un delitto che abbia perpetrato. Quanto io faccio diviene integralmente reale per me (effettivamente realizzato) se io posso vedermi (e ri-vedermi) mentre lo faccio e quando l’ho fatto.

Quanto faccio (di bene e di male) va reso non solo visibile, ma richiede d’essere visto da me e dagli altri. Trasferisco in immagini che trasmetto (posto, condivido) la mia vita familiare (nascite, matrimoni, compleanni); le mie occupazioni (a scuola, al lavoro, in vacanza, in viaggio); la mia intimità amorosa (e sessuale). Traspongo dunque me stesso in immagine e, in immagine mutato, mi trasferisco in un sistema di immagini, mondo (Welt) dove la mia immagine fornisco alla visione (Anschauung) mia e degli altri. E sono definitivamente convinto che questo procedimento mediatico è la certa, sostanziale conferma della mia identità.

L’immagine virtuale mi rassicura, si sostanzia in una solidità psicologica, fino a omologarmi in una mia credibilità ‘condivisa’, politica. Conferma della mia identità in rapporto agli altri. Dunque nella relazione sociale. Che allora diviene, simultaneamente, relazione culturale. E pubblica? E civica? E politica? L’immagine postata, la ripresa videoregistrata impongono una eloquenza elementare che riduce la formulazione verbale a livelli rudimentali. Conta il linguaggio del corpo: il taglio dei capelli, una scritta sulla felpa, l’aspetto. Conta cioè la divisa: che è l’uniforme, è la breve frase o il motto, ed è la scriminatura dei capelli. Divisa e autoritarismo cent’anni dopo. Si diceva: gli autoritarismi nati cent’anni fa. Fine della prima puntata.

ALBERTO OLIVETTI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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Pregiudizi e razzismoRepressioni





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