30 ore a parità di salario: una riforma del lavoro, da sinistra

E’ ormai lezione della storia, soprattutto novecentesca, che l’impoverimento dei popoli genera quella crisi economica che diventa capro espiatorio per instaurare regimi autocratici e dispotici che intendono rappresentare l’unica...

E’ ormai lezione della storia, soprattutto novecentesca, che l’impoverimento dei popoli genera quella crisi economica che diventa capro espiatorio per instaurare regimi autocratici e dispotici che intendono rappresentare l’unica via di uscita politica a problematiche che, in realtà, sovrastano e oltrepassano i confini degli stessi singoli Stati.

Esacerbare gli animi popolari con la fomentazione dell’odio per lo straniero che ci deruba delle nostre ricchezze, che si intromette nei nostri affari, che specula sulle nostre disgrazie è un metodo di acquisizione del consenso che fu offerto a molti populisti d’altri tempi che, da remoti angoli, praticamente misconosciuti e all’inizio della loro futura carriera politica considerati dei folli estremisti e nulla più, assursero in un breve stretto lasso di tempo alle più alte cariche dello Stato.

I fascismi del Secolo breve sono lì a dimostrare che la frustrazione della sopravvivenza è un brodo di coltura notevole per chi più dei democratici, abituati alle buone maniere e al rispetto formale dei diritti costituzionali (salvo poi tradirli proprio in tema di politiche economiche), punta al superamento di una serie di valori e diritti acquisiti fin dall’epoca della Rivoluzione francese: in discussione sono infatti i “diritti dell’uomo e del cittadino” per essere sostituiti dai diritti di un libero scambio e circolazione delle merci protetti da trattati intercontinentali (TTIP) che sono una vera e propria minaccia non per un socialismo che non esiste ma per un liberalismo di vecchia data che si è trascinato fino ai nostri giorno sotto varie forme di adattamento sociale ed economico.

Gli uomini nascono liberi e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni non possono essere fondate che sull’utilità comune“.

Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imperscrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.“.

Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa.“.

I primi tre articoli della famosa “Dichiarazione”, che diede inizio al processo ri-costituente di una Francia ancora monarchica ma avviata ad un capovolgimento della forma dello Stato e della società, sono oggi, a ben vedere i movimenti dei mercati e dei governi loro comitati di affari, quasi lettera morta.

Della libertà umana e dell’uguaglianza nei diritti si può forse dire che siano oggetto di applicazione tanto in quelle che vengono considerate “democrazie” (Stati Uniti, Russia, Brasile, tanto per citare qualche grande paese) quanto in quegli Stati che sono apertamente lontani dalla tradizione riformista e liberale?

Il fine delle associazioni politiche non è il bene comune, se si tratta di associazioni e partiti che hanno come unica aspirazione il “governismo”, quindi la necessità di gestire il potere istituzionale per esistere e per dare un senso al loro programma che, altrimenti, sarebbe fondato esclusivamente su enunciazioni prive di significato perché prive di slancio rivoluzionario e, quindi, di una seria analisi critica del sistema capitalistico in piena trasformazione in questi primi decenni del nuovo millennio.

Sulla sovranità nazionale è fin troppo facile riferirsi alla cessione della medesima a macrosovrastrutture come l’Unione Europea che centralmente, senza delegare nulla in merito ai singoli appartanenti al patto economico, gestiscono la politica monetaria e le relazioni internazionali.

Il grande dibattito mediatico sulla “via della seta” di nuova generazione, quindi sull’influenza dell’economia cinese nel Vecchio Continente e viceversa, sulla stipula di un “memorandum” (dunque per ora soltanto di alcune clausole che non sono vincolante in nulla e per nulla e che servono da “indirizzo” rispetto a futuri patti tra Pechino e Roma) è del tutto fuorviante se punta a dimostrare l’esistenza un pericolo – necessario alle forze sovraniste e populiste per dimostrare una nuova “invasione” dopo quella dei migranti che ha esaurito la sua potenza attrattiva per l’inflazionamento che se ne è fatto – per la nostra economia.

I pericoli che riguardano la stabilità dell’Italia sono oggettivamente molto più vicini a noi di quanto si possa pensare: l’aumento delle diseguaglianze interne è favorito da una politica classista ed etnica che distingue i diritti sociali in base all’appartenenza civile e che discrimina l’indigente che non ha possibilità di accedere a quelle minime soglie di garanzia che dovrebbero favorirgli un rientro nella società vera e propria.

Da un rapporto di Altroconsumo si viene a sapere che l’Italia ha un indice di capacità di spesa delle famiglie tra i più bassi d’Europa: 46,5%. Per fare alcuni paragoni: il Portogallo è al 44,5%, la Spagna al 46,2% e la Francia si trova al 50,8%. Questi paesi europei, insieme al nostro, stanno scivolando nella soglia che descrive come esistano delle difficoltà nel mantenimento degli standard di vita quotidiana per i cittadini. Al di sotto della soglia del 31% si scende il gradino che porta al “rischio povertà”.

Fin troppo ottimistico il sondaggio di Altroconsumo, se si considera che gli italiani che hanno difficoltà ad accedere a cure necessarie per la propria salute sono ormai uno su due: il 50% della popolazione quindi non ha i mezzi economici per potersi curare adeguatamente.

Il 48% dei cittadini non riesce a far fronte alle spese per la propria abitazione (ad incidere è soprattutto il costo delle utenze domestiche). Il 49% invece rischia di non garantire più ai figli l’accesso ad una istruzione universitaria. Allarmante è anche il fatto che il 13% della popolazione non sia quasi più in grado di mantenere i figli alla scuola superiore.

Il capitolo alimentazione non è meno inquietante nella descrizione delle diseguaglianze sociali in aumento: il 25% della popolazione non ha i soldi sufficienti per poter mangiare giornalmente. Non si può più permettere carne e pesce il 32% degli italiani e persino la frutta e la verdura sono un lusso per il 23% delle persone.

Ecco, questo quadro abbozzato e molto approssimativo rende l’idea di come l’economia globalizzata abbia influenzato così ampiamente i nostri stili di vita da renderci poveri a prescindere dalle migrazioni che, sovente, sono un sostegno all’economia interna: badanti, braccianti iperschiavizzati nei campi e comunque un calo vertiginoso del potere di acquisto del salario hanno, paradossalmente, generato maggiore ricchezza derivata non da investimenti produttivi ma da un deprezzamento della forza lavoro e, pertanto, da un peggioramento delle condizioni di vita di un proletariato moderno che ha sempre meno diritti sociali e civili.

La prospettiva di un futuro per le famiglie italiane, così tanto amate dalle destre che sono al governo (alcune delle quali parteciperanno a quel vergognoso convegno internazionale in Veneto in cui si vorrebbe proibire qualunque diritto egualitario per donne, omosessuali, dove si paragona l’aborto ad una voglia di cannibalismo ed altri simili scempiaggini, però pericolosissime…), è tutt’altro che rosea.

La colpa però non è né dei migranti, né della Cina. Una sola soluzione non esiste, se non quella di pensare empiricamente ad un rovesciamento del capitalismo in tutto il mondo nel medesimo istante e quindi un passaggio al socialismo senza colpo ferire, magicamente.

Se invece si vuole iniziare a rimettere mano ai diritti sociali del lavoro e a sostenere tutti i lavoratori e le lavoratrici e milioni di coloro che sono senza lavoro, si può iniziare proponendo una riforma drastica ma necessaria: costerà ai padroni, ma se un governo è davvero il “governo del popolo” deve fare l’interesse comune e avere a cuore le sorte dei più deboli e non dei padroncini del Nord Est o dei signori imprenditori che villeggiano in Costa Smeralda o a Monaco.

Una prima riforma in tal senso? Eccola: la riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali a parità di salario. Per oltre trent’anni abbiamo, come comunisti, la riduzione a 35 ore sempre a parità di salario. Lo sbeffeggio generale ha condotto oggi a riconsiderare una redistribuzione del monte ore di lavoro: lavorare meno e lavorare tutti, era lo slogan semplice e immediato.

Iniziamo da qui. La sinistra di alternativa che deve potersi fare spazio in mezzo a tutto questo ciarpame, può rivendicare una misura eccezionale come lo sono i tempi da Repubblica di Weimar in cui viviamo.

Ricordatevi sempre che dopo Weimar non venne l’età dell’oro ma il Terzo Reich, grazie all’abilità oratoria proprio di un sconosciuto scansafatiche, di un artistucolo da strada che smerciava acquerelli nei bar di Vienna e li commerciava grazie proprio a commercianti ebrei che avrebbe ordinato di sterminare pochi anni dopo.

Rimediare oggi è ancora possibile. Certo, occorre conoscere per comprendere e per avere una chiara consapevolezza della propria condizione di sfruttata e di sfruttato. Anche questa è una sfida che una sinistra comunista ha il dovere di fare propria, contro tutto e contro tutti.

MARCO SFERINI

14 marzo 2019

foto tratta da Pixabay

categorie
Marco Sferini





passa a…



altri articoli